HomeChi siamoDove siamoPrendere Appuntamento
Aree Tematiche
FAQ - Domande e Risposte
Violenza contro donne e bambini / Violenza conto bambini e adolescenti

come possiamo aiutarti se conosci un bambino maltrattato

bambina17Il silenzio non aiuta a star meglio, ma lascia semplicemente sola la persona con la sua sofferenza.
sia gli adulti che i bambini



Se un bambino o un adolescente è stato vittima di abusi sessualiall'estreno della propria famiglia, per esempio in parrocchia, a scuola, all'oratorio, a casa di amici, non va lasciato solo. E' difficilissimo per le vittime di abusi parlare della propria esperienza; quando lo fanno occorre sapere ascoltare, non aver paura di far loro del male facendogli raccontare o ricordare le violenze subite, Parlarne è l'unico modo per liberarsi del dolore.


Noi di Synergia Centro Trauma abbiamo la preparazione giusta per poter offire un ascolto rispettoso ma competente sia ai bambini che alle loro famiglie.


Possiamo anche darti dei consigli su cosa fare nell'emergenza del momento, su dove andare a fare una visita ginecologica per un minore, su dove e come si fa una denuncia, su cosa succederà dopo la denuncia e su tutti i dubbi che ti angosciano in relazione a ciò che è accaduto. Non lasciamo soli neanche i genitori....


I bambini cha hanno vissuto l'esperienza del maltrattamento fisico e dell'abuso sessuale, o le ragazze che hanno vissuto esperienze di violenza o stupro, hanno necessariamente bisogno di un sostegno psicologico, e molto spesso di una vera e propria psicoterapia. Molto spesso i servizi sociali ed il Tribunale sottovalutano le conseguenze altamente distruttive del maltrattamento nei primi anni di vita di un individuo ed elaborano progetti di affidamento, adozione, inserimento in comunità che non contemplato l'intervento dello psicologo o del neuropsichiatria infantile. L'amore di una nuova famiglia, o il ritorno nella vecchia famiglia bonificata della persona che abusava sessualmente (per esempio nei casi della madri che si separano dei padri abusanti), non sono da soli sufficienti nella maggior parte dei casi a risanare le ferite delle violenze subite per anni dal minore. Le ferite sono troppo profonde e intaccano la struttura del minore; non possiamo illuderci che facendo finta di non vederle si rimarginino o che i nuovi genitori possano da soli essere in grado di curarle.

In molti casi l'assenza di un intervento psicologico sulla piccola vittima di abusi sessuali o di gravi maltrattamenti fisici contribuisce a far fallire le adozioni, gli affidamenti o gli inserimenti in comunità. 

La terapia EMDR può esser un valido aiuto nei casi di traumi.

Su hai bisogno di aiuto per un bambino o un adolescente che ha vissuto un'esperienza traumatica chiamaci anche solo per una semplice consulenza.


Possiamo aiutarti anche se sei una donna che vuole chiedere aiuto per un abuso subito nell'infanzia.



Vuoi approfondire l'argomento della cura psicologica delle piccole vittime

di abuso sessuale o di maltrattamento fisico grave ?


Forniamo alcuni spunti di riflessione circa gli elementi che secondo noi dovrebbe contenere un intervento psicologico con un bambino che ha subito violenze fisiche, sessuali, psicologiche o gravi trascuratezze

   
- Una diagnosi accurata sul problema presentato dal bambino o dall'adolescente, diagnosi che deve essere sia nosografica che funzionale.

  
- Qualora si ritenga necessaria una psicoterapia, o anche solo un sostegno psicologico, prevedere il coinvolgimento della famiglia (sia che si tratti di famiglia adottiva, affidataria, o di una madre che si è separata dall'abusante), o degli educatori della comunità in cui il minore è collocato. Il sostegno agli adulti che si occupano del bambino è fondamentale perché il minore abusato probabilmente presenterà delle problematiche così complesse che non possono essere padroneggiate dalla sola famiglia senza l'aiuto di un operatore esterno.

  
- Mettere il minore in situazione di sicurezza. Nessun intervento psicoterapico può essere attuato se il bambino non viene adeguatamente protetto. E' impensabile curare un bambino mentre viene maltrattato fisicamente o subisce abusi o molestie sessuali. Prima di qualsiasi intervento bisogna interrompere gli abusi.

  
- Instaurare con il minore una relazione empatica che gli consenta a poco a poco di aprirsi e di comunicare gli abusi subiti, i maltrattamenti, gli abbandoni che ha vissuto, ma anche i sentimenti ad essi correlati.

  
- Il trauma deve essere affrontato direttamente e non lasciato come "sottinteso". Qualunque cosa sia successa al minore parlarne gli farà bene, anche se occorre scegliere con accuratezza il momento giusto rispettando i tempi del bambino.

  
- "Ricostruire il mondo interno del minore" che è stato pesantemente danneggiato dall'abuso sessuale e dal maltrattamento

Aiutare il minore a fidarsi nuovamente del mondo. Le vittime di gravi maltrattamenti e abusi sessuali, in particolare se intrafamigliari come l'incesto, non si fidano di nessuno e questo li espone a una situazione di ansia cronica ed a potenziali nuovi abbandoni affettivi (rifiutano gli adulti che si prendono cura di loro per paura di essere nuovamente fregati, e questo li espone al rischio di essere allontanati e rifiutati).




Articolo di Cristina Roccia su:


Riflessioni cliniche sulla psicoterapia di bambini e adolescenti traumatizzati





 1) Che cosa è il trauma?

 Che cosa si intende per "trauma psichico" è un concetto assai complesso e di non comune definizione. Una estesa letteratura  è consultabile sul tema, tema che tuttavia, per motivi di spazio, non intendo approfondire. Secondo alcune correnti culturali che fanno riferimento alla teoria delle relazioni oggettuali e dell'attaccamento, gli eventi traumatici chiamano in causa il problema delle relazioni umane, aprono una falla all'interno degli attaccamenti in famiglia, all'amicizia, all'amore e in generale al mondo. Secondo Judith Herman 2le relazioni traumatiche frantumano la costruzione del sé che si è formata e mantenuta nelle relazioni con gli altri, minano l'intero sistema di credenze che danno significato all'esperienza umana e violano la fede della vittima in un ordine naturale o divino gettando la stessa vittima in uno stato di crisi esistenziale. Il danno che si crea nell'ambito della vita relazionale è molto importante: infatti riguarda sia le strutture psicologiche del sé, sia i vari sistemi di attaccamento. Gli eventi traumatici interrompono il collegamento tra l'individuo e il resto del mondo, e non possono essere elaborati dal soggetto. La sicurezza e la fiducia di base nel mondo viene acquisita dall'individuo nei primi anni di vita attraverso la relazione con chi si prende cura di lui, ed essa diventa nell'adulto la base sulla quale la persona si relaziona con se stessa e con il mondo.3 Nelle situazioni di terrore, la gente automaticamente va a ricercare le proprie fonti primarie di conforto e protezione.

Le situazioni traumatiche creano un disperato senso di abbandono, alienazione, e interruzione del contatto con le relazioni, da quelle più intime a quelle più distanti, con una conseguente perdita di fiducia nei confronti di sé, degli altri e in Dio. Sempre secondo la Herman  il denominatore comune di ogni trauma psicologico è il sentimento di " paura intensa, senso di impotenza, perdita di controllo, minaccia di annullamento". La risposta umana al pericolo è complessa e costituita da un sistema di reazioni fisiche e mentali che formano reazioni normali di natura adattiva che mettono in moto le risorse individuali per preparare la vittima a lottare. La reazione traumatica subentra quando non è possibile nessuna azione, quando la resistenza e la fuga non sono praticabili. Il sistema di  autodifesa viene sopraffatto e disorganizzato.

Ogni componente della risposta ordinaria al pericolo (per esempio un stato di eccitazione abnorme), avendo perso utilità, tende a persistere in uno stato alterato ed esasperato per lungo tempo anche dopo la fine del pericolo. Gli eventi traumatici  producono cambiamenti profondi e duraturi  nello stato di allarme psicologico, nelle emozioni, nello stato cognitivo, nella memoria ed anche nel cervello. A seguito di un avvenimento traumatico vi sono elevate probabilità che il soggetto sviluppi un Disturbo post traumatico da stress4; il manifestarsi di tale sindrome dipende principalmente dalla natura del trauma, ma anche dalla strutturazione di personalità del soggetto prima del trauma e dalla reazione (sostegno o rifiuto alla vittima) da parte della famiglia o della società, come ampiamente analizzano e documentano Feliciy de Zulueta e van der Kolk.5

 

  2) Conseguenze dell'avvenimento traumatico sulla vittima

    Herman divide i sintomi che caratterizzano i soggetti traumatizzati in tre grandi categorie: ipervigilanza, intrusione e costrizione (in alcuni testi definito "evitamento"). Mi sofferemerò in particolare sul primo stato, l'ipervigilanza, in quanto ad esso sono da correlarsi molti problemi sperimentati dai bambini e dagli adulti traumatizzati. Dopo un'esperienza traumatica il sistema umano di autoconservazione sembra entrare in uno stato di allerta permanente come se il pericolo potesse ripresentarsi da un momento all'altro. La persona traumatizzata si spaventa facilmente, reagisce con irritabilità a piccole provocazioni, dorme poco o male. I dati disponibili suggeriscono che lo stress nelle prime fasi della vita possa provocare modifiche durature in sistemi neurotrasmettitoriali multipli e nelle strutture cerebrali implicate nell'eziologia di diverse patologie psichiatriche. stato ipotizzato, pertanto, che esperienze negative precoci possano determinare una vulnerabilità allo sviluppo di diverse patologie psichiatriche. Secondo van der Kolk  nel PTSD si verifica uno sconvolgimento delle funzioni del tronco cerebrale, cosa che determina sintomi come la perdita dei confini del corpo, disturbi del sonno, alterazioni dei ritmi circadiani e degli orologi biologici. Il riuscire a dare verbalmente un significato a tutto ciò non serve a resettare i meccanismi cerebrali. Il sistema limbico si occupa di porre i confini tra il sé ed il mondo esterno. Negli stati estremi nel sistema limbico si verificano dei cambiamenti per cui diventano minacciose cose che non lo sono in realtà. Anche in questo caso il limitarsi a dargli un significato non resetta i meccanismi.

Gli inputs sensoriali passano dagli organi di senso al talamo, che ha la funzione d'integrarli in un insieme coerente. Dal talamo sono inviati all'amigdala, che analizza molto rapidamente la loro rilevanza, l'interesse per l'individuo, il loro significato emotivo e la loro eventuale pericolosità. Dall'amigdala gli stimoli percorrono due vie: una va all'ipotalamo, che secerne gli ormoni dello stress; la seconda va alla corteccia prefrontale, dove avviene l'elaborazione conscia, passando attraverso l'ippocampo (che ha funzioni di categorizzazione e contestualizzazione) e la corteccia del cingolo (dove le nozioni e le emozioni sono assemblate per vedere se è necessaria un'azione). La prima via è più rapida della seconda e questo spiega perché ci può essere una reazione di allarme fisico per uno stimolo che successivamente viene consapevolmente giudicato innocuo. Sembra che, in qualche modo, nel PTSD la via alla corteccia prefrontale sia bloccata, per cui persiste la risposta d'allarme.

La ricerca dell'evitare gli stimoli associati al trauma, oltre al determinare l'evitamento dell'agire, pone anche il corpo in uno stato di "congelamento", che non consente il normale fluire di stati e situazioni diverse. E' stato dimostrato da esami neurologici (van der Kolk, opere citate) che l'atrofia dell'ipofisi rende impossibile all'individuo interessarsi alle informazioni nuove che gli vengono dal mondo, rendendolo apatico e passivo, e congelando la capacità immaginativa e creativa del soggetto. In uno studio di 25 anni fa su reduci del Vietnam condotto da van der Kolk  in molte tavole 16 su 22 vedevano il loro evento traumatico. I sei che non lo vedevano, non vedevano nulla, solo la macchia d'inchiostro. Questa è un'indicazione del blocco dell'immaginazione. La percezione nelle vittime di un trauma cambia: o vedono il trauma dovunque, oppure non vedono nulla. Si verifica un arresto dell'immaginazione e della creatività, si ha una perdita del pensiero come capacità di creazione sperimentale.

Per lungo tempo  anche dopo che  il pericolo è cessato, le persone traumatizzate rivivono l'evento come se fosse  continuamente ricorrente nel presente. Il trauma irrompe ripetutamente nel corso della vita normale (intrusione).  E' come se il tempo si fermasse al momento del trauma. Si struttura una forma anomala di memoria che irrompe spontaneamente nella  coscienza  sotto forma di flashbacks nella veglia e di incubi nel sonno. Piccoli eventi insignificanti possono evocare queste memorie che ritornano con la forza emotiva dell'evento originario. Anche il normale ambiente di vita può diventare pericoloso perché  la persona sopravvissuta al trauma non può mai essere sicura che non incontrerà qualcosa o qualcuno che possa rievocare il trauma. Le memorie traumatiche hanno numerose qualità inusuali, per esempio non si trovano sotto forma di ricordi accessibili verbalmente ma molto spesso vengono immagazzinate in una zona del cervello dove non possono essere recuperati se non sotto forma di sensazioni vivide e di immagini. Nel tentativo di annullare il trauma, le persone traumatizzate possono scegliere consapevolmente di mettersi nei pericoli  tramite la ripetizione dell'evento. Più frequentemente avvengono parziali ripetizioni inconsapevoli sotto forma mascherata. Non tutte le ripetizioni traumatiche sono pericolose, alcune sono adattive: la persona può trovare una modalità di ripetizione del trauma integrandolo con la vita presente, in modo contenuto e a volte socialmente utile ( per esempio una vittima di abuso può diventare educatrice in una comunità che ospita minori abusati).Rimane tuttavia qualcosa di misterioso  nelle ripetizioni: anche se scelte consapevolmente, esse conservano una qualità di involontarietà.

Quando una persona si trova una situazione in cui ha perso ogni potere e non è possibile alcuna resistenza, può  sentirsi in uno stato di arresa.  Il sistema di autodifesa è annullato. La  persona privata di ogni potere per poter sfuggire alla situazione di realtà, può farlo invece alterando il suo stato di coscienza. Qualcosa di analogo é stato osservato negli animali che si "congelano" quando vengono attaccati. Queste alterazioni della coscienza o torpori costituiscono il fenomeno della costrizione, terzo sintomo cardinale secondo la Herman e Feliciy De Zulueta, del PTSD. Paradossalmente questo stato di calma distaccata  dissolve il terrore, la paura e la rabbia. Gli eventi continuano ad essere registrati dalla coscienza ma è come se venissero scissi dai significati ordinari. Le percezioni sono intorpidite, parzialmente anestetizzate o senza particolari sensazioni. Il senso del tempo è alterato spesso con una sensazione di  rallentamento delle azioni. La persona può avere la sensazione che ciò che accade non stia succedendo  proprio a sé, come se si stesse osservando fuori dal proprio corpo o come se  si trovasse all'interno di un incubo da cui sta per risvegliarsi. Queste    alterazioni si sommano ad un sentimento di indifferenza, di distacco emotivo e ad una profonda passività in cui si rinuncia all'iniziativa e alla lotta. I fattori  biologici  alla base di questi stati alterati , sia che si tratti di trance che di dissociazione traumatica, rimangono un enigma e sembra che l'ipnosi possa agire in maniera analoga alla morfina. Ambedue infatti inducono uno stato dissociativo in cui la percezione del dolore e le normali risposte emotive a questo sono alterate con la caratteristica di  alzarne la soglia di tolleranza senza abolire del tutto la sensazione. Quando le persone traumatizzate non riescono a dissociarsi spontaneamente, possono cercare di  raggiungere effetti simili di intorpidimento  con l'uso di alcol e droghe. Le persone traumatizzate corrono un alto rischio di  dipendenza  da sostanze come modalità di compensazione delle  difficoltà  e per controllare i sintomi intrusivi e di ipervigilanza.  L'instabilità  dovuta all'alternanza di stati dissociativi e di sintomi intrusivi, spesso accompagnati da uno stato di ansia cronica generalizzata,  aumentano il senso di imprevedibilità nel soggetto e rendono più intenso il sentimento di sfiducia verso il futuro.



        2.a Paola. La  dissociazione raccontata da una dodicenne

I sintomi dissociativi sono ben descritti nel racconto di Paola, tredicenne violentata dal padre, racconto fatto durante un colloquio clinico volto ad indagare cosa la ragazzina provasse durante le violenze: 

  "Non capivo bene se erano arrabbiati veramente con noi oppure fra loro. A volte mio padre si arrabbiava, non so con chi, perché io ero appena stata dalle mie amiche. ...... vedevo mio padre arrabbiato e io pensavo: "Non ho fatto niente, sono stata fuori tutta la giornata". E poi mio padre era arrabbiato, non l'avevo mai visto così cambiato. Allora, dopo, mio padre mi chiamava in camera e poi, sempre arrabbiato come non mai, non capivo niente, e poi dopo ... Mah, iniziava a darmi le sberle in faccia, e io non capivo niente, e io non dicevo niente, e io non ho fatto niente, e mio padre mi dava le sberle per niente, poi me le continua a dare, e io non capivo cosa facesse, mio padre ha delle mani belle grandi e fanno male. Io ormai vedevo doppio perché le mani, essendo grandi, mi colpivano gli occhi (mima il gesto dello schiaffo sulla faccia), e iniziavo già a sentir male con gli schiaffi sulla faccia. E, per il male, iniziavo già a dare i numeri, e allora dopo non ci capivo più niente. ....    
            
   Allora  mio padre, e anche lì mi sembrava di essere sulle nuvole, e allora mio padre, non capivo cosa stesse facendo, mi dava sempre le sberle in faccia e mi continuava a dare le sberle, e io non capivo più niente, e poi non sento più le sberle in faccia, e non sentivo più niente, non sentivo più niente. E allora io non sentivo più niente anche se mi dava le sberle, perché il dolore era tanto alto che io non sentivo più niente. Allora non ho mai ben capito che cosa succedesse, infatti io non capivo perché non sentivo più niente, anche se uno mi toccava così (si tocca il braccio), ormai il mio cervello andava fuori. Allora mio padre iniziava a spogliarmi dal bacino in giù, da quello che capivo anche se ero fuori di cervello. E intanto non capivo bene, cioè vedevo cosa stava succedendo ma non capivo. Poi dopo chiudevo gli occhi, rimanevo così (mima la faccia di una persona stordita e stupefatta), chiudevo gli occhi per vedere se mi riprendevo, ma non mi riprendevo mica. Allora chiudevo continuamente gli occhi per vedere se pian pianino, se la testa mi tornava ad arrivare lì in quel momento lì. Allora mio padre, non so che cosa stesse pensando, allora sento un gran dolore, ma io non lo sento col mio cervello, sento un gran dolore ...... sento un brivido nella schiena, e io avendo il cervello di fuori non capivo niente.

     Allora mio padre, non si capiva cosa stesse facendo e sentivo sempre male, male, male. Poi dopo, e lì il male sempre aumentava e non capivo più che cos'era. Il male di prima e il male di adesso, la testa era ancora più fuori. Io però ero sveglia, non ero addormentata. Allora io non capivo bene, io vedevo che mio padre era lì nella camera con me, però non riuscivo a ragionare cosa stesse facendo, allora sentivo sempre male, male, male. Allora chiudo gli occhi perché ormai svengo dal dolore, allora dopo non sento più niente, mi sembra di essere andata via dal mondo e dalla camera che ero fino in un altro posto che non capivo bene, non so, un posto in cui mi sembrava che la testa fosse andata in un altro posto che non capivo bene...Dal dolore che avevo la testa poteva essere dovunque perché non riuscivo a trovarla; allora chiudevo gli occhi e cercavo di trovarla. Allora iniziavo a preoccuparmi perché non trovo la mia memoria, niente, sempre solo per il male eh; il cervello intanto ce l'avevo, ma non sentivo più niente. Allora un male sempre ... un male tremendo, avevo paura che la mia testa fosse volata via, avevo una confusione in testa che ormai non sapevo neanche più dove ero andata, non mi ricordavo neanche più dov'ero, per terra... Mi sembrava di essere con la testa nelle nuvole. Anche se aprivo gli occhi non sapevo che cosa stesse accadendo. Allora dopo, sentivo sempre questo grande male, allora dopo cercavo di dimenarmi, per vedere se mi riprendevo, se mi agitavo.... Cercavo di capire se mi riprendevo i miei sensi, almeno la vista; la vista per vedere cosa stesse accadendo. Allora io mi dimenavo, ma non succedeva niente, ma ... ma io non sento niente, e io mi preoccupavo sempre di più, perché avevo paura che mi fosse successo qualcosa e che fossi ancora in piedi. Allora sento sempre questo gran male, ma non sentivo più niente, un rumore, mi sembrava di essere fuori dal mondo, un rumore di macchine, però ero ancora in camera mia, perché di solito di lì si sentivano le voci degli altri bambini, si vede che ero proprio andata fuori con la testa veramente. Allora, dopo un po', sempre la testa era fuori, io cercavo di riprendermi e pian pianino ritornavo, insomma, a sentire che ero tornata per terra....Dopo però, intanto, la vista non mi tornava, mi sentivo male, e subito avevo aperto gli occhi però non vedevo più niente, come un muro che non vedessi più niente e, vedendo tutto buio, poi dopo io non vedevo, sentivo i passi di mio padre.

    La testa era sempre via! Però io non è che sentissi proprio i passi di mio padre. Era come se avessi le cuffie e sentivo i passi, ma non sentivo i passi puliti, ma non li sentivo normali, c'erano come delle onde che me li facevano sentire male. Allora, dopo, mio padre era sempre lì che camminava con i suoi passi inconfondibili, perché lui è un uomo di 1,85 e porta il 46 di scarpe. E lo sentivo andare sempre avanti e indietro. A un certo punto, ero ancora fuori con la testa, e il male era sempre più forte.... Sentivo male ma non capivo bene dove. Mi sembrava strano il male, sapevo che sentivo tanto male in faccia, ma avevo così tanto male che non capivo neanche più dov'era il male. Mio padre, dopo, cerca di vedere se mi riusciva a svegliare facendomi così (e mima il gesto di una persona che la scuote per svegliarla), e io sentivo che qualcuno mi faceva ballare, ma io non riprendevo i sensi.... Ero ancora   in piedi. Allora io sento ballare, sento i movimenti perché io ci sono ancora, ma con la testa non capivo chi mi ballava, ma i passi non li sentivo più. Allora lui, mio padre, naturalmente era lui perché aveva le mani giganti, continuava a ballare, inizia a dire: "svegliati! Svegliati!" (la bambina mima il gesto di qualcuno che la scuote), io sento le voci ma non capisco da dove provengono. Allora, pian pianino, i miei occhi iniziano a schiarirsi pian pianino, iniziano a diventare come prima. Allora vedo lì mio padre che fa così (mima il gesto di scuotere), però non capivo cosa stesse facendo... Ho capito cosa stava succedendo quando sono riuscita a trovare di nuovo la testa per ragionare su cos'era successo....  Ero stata attenta fino al momento in cui mi aveva spogliato dal bacino in giù, poi da lì il male era sempre aumentato finchè ho perso conoscenza (cioè, non ero svenuta, ero sveglia ma da un'altra parte). E poi dopo, il male che avevo, oltre a quello in faccia, non capivo bene dov'era, e allora cercavo di ragionare da dove potesse venire, e infatti quella volta lì non avevo ben capito da dove venisse; poi, altre volte è successa la stessa cosa, ma ho cercato di trattenere la testa dentro, e infatti sentivo sempre male, e poi dopo, e lì infatti ci vedevo ma ero un po' appannata, e allora dopo io capivo qualcosa di quello che stava succedendo, e io sentivo spingere, spingere, e non si capiva bene che cos'era.... Sentivo spingere qui in mezzo (indica la zona dei genitali con la mano). Io però in quel momento lì non ci capivo, perché il male era grande. Però io, intanto, trattenevo per tener dentro la testa... Perché il male mi faceva male, la testa voleva uscire, e io volevo stare, insomma, per capire che cosa stava facendo mio padre. Allora tenevo con la forza dietro, tenevo le mani così (con i pugni serrati), e la testa non usciva perché con la forza uno la tiene dentro. Ora non capivo molto, perché la testa voleva uscire e quindi faceva annebbiare le idee.

Alla richiesta di sapere se si soffrisse di più quando la testa era fuori o quando era dentro Paola risponde:  Si soffriva da tutte e due le parti, perché prima, quando la testa esce, cerchi di trovarla per vedere cosa succede, invece, quando cerchi di trattenerla, vorresti che uscisse per non vedere quello che succede. Quindi si soffre in tutti e due i modi.

 

    3) La psicoterapia del minore traumatizzato

     Non tutti gli avvenimenti traumatici hanno la stessa intensità né lo stesso impatto sui diversi individui. La diagnosi deve quindi essere molto accurata, e la terapia impostata secondo le esigenze del singolo paziente. Molto diverso è infatti l'intervento psicoterapico su soggetti portatori di PTSD e su chi non ha questo disturbo, così  come diverso sarà l'intervento su pazienti con PTSD cronico e trauma multipli (come per es. una ragazza violentata per anni dal padre e maltrattata dalla madre) dall'intervento su pazienti che hanno sviluppato un PTSD seguito di un trauma singolo (per esempio un terremoto).

      Marinella Malacrea afferma nel suo libro sulla terapia dei bambini vittime di abuso sessuale che la "tutta la terapia nelle situazioni si abuso sessuale debba svolgersi all'insegna del realismo. Si vuole con ciò indicare che, benchè ricca di elaborazioni cognitive ed emotive che hanno per oggetto il mondo interno, essa non deve mai trascurare la necessità che anche il mondo esterno sia progressivamente  investito dal nuovo flusso di informazioni e dal conseguente cambiamento di prospettiva dovuti alla rottura del segreto...  Tale processo è anche l'antidoto più efficace contro il senso di impotenza "6 (pag. 85).. 


      3.a La sicurezza

      Tutti coloro che si sono occupati in modo specialistico della cura di soggetti traumatizzati ritengono che il compito di ristabilire un senso di sicurezza per il paziente è prioritario e deve costituire il primo obiettivo della terapia;  può durare da giorni a settimane, fino a mesi o anni per le vittime di abusi cronici. Il paziente non si sente sicuro all'interno del suo corpo, sperimenta le sue emozioni e i suoi pensieri come fuori dal suo controllo, non si fida delle relazioni con gli altri. Il primo obiettivo da raggiungere per far acquistare un senso di sicurezza alla vittima è  farle recuperare il potere, potere sottrattole con forme di violenza, coercizione o manipolazione psicologica dal suo aguzzino nel caso di violenza, o potere sottrattole dalla situazione traumatica in sé quando per esempio un incidente stradale o una catastrofe naturale impongono al soggetto di rinunciare per sempre a quel senso di invulnerabilità che ciascuno di noi deve avere per poter sopravvivere. Ciascuno di noi sa che in qualsiasi momento potremmo essere investiti da una macchina o da un fulmine o  violentati da un maniaco e che la nostra vita sarebbe interrotta per sempre, ma nessuno si sveglia al mattino con questo pensiero; ci illudiamo di avere una qualche forma di controllo sul mondo. Nelle vittime questa illusione è svanita per sempre, e questo le impedisce  di provare entusiasmo e speranza, di volgersi alla vita con un pensiero positivo. E' proprio per non perdere questa illusione di  invulnerabilità che la società è così poco disponibile ad ascoltare le vittime; ascoltando i loro racconto il terapeuta può sperimentare quello che la Herman e Vassalli definiscono come "transfert e contro tranfert traumatico".

Il trauma è contagioso: in qualità di testimone di atrocità o disastri, il terapeuta può esserne  emotivamente sconvolto sperimentando su scala ridotta lo stesso terrore, rabbia e disperazione  del paziente. Queste sono le caratteristiche del controtransfert traumatico. Il terapeuta può arrivare a sperimentare sintomi del PTSD, rivivere personali esperienze traumatiche, sperimentare sintomi intrusivi  di fantasie o sogni. Per preservare la propria salute psicologica  e maneggiare le proprie reazioni, necessita di un sostegno costante da parte di un gruppo di colleghi con cui poter condividere l'orrore. Così come il paziente non può guarire da solo, il terapeuta non può lavorare da solo con il trauma. L'esperienza di ripetute terapie di pazienti traumatizzati, cambia inevitabilmente la fiducia di base del terapeuta aumentandone il senso di vulnerabilità. Ne possono derivare paura e sfiducia anche nelle sue personali relazioni, così come una  sottostima della propria  capacità professionale che può portarlo a vedere il paziente come senza speranza. Per combattere il proprio senso di impotenza, può assumere il ruolo di salvatore, di difensore del paziente, confinandolo in una posizione di incapacità ad agire da solo. Il transfert traumatico  riflette non solo l'esperienza del terrore ma anche quella della disperazione: la disperazione che il paziente ha sperimentato quando non poteva difendersi e nessuno lo ha aiutato, quando si è sentito completamente abbandonato. La memoria di questa esperienza pervade tutte le relazioni seguenti che il paziente avrà, compresa quella con il terapeuta.. Nessun intervento  che sottragga potere alla persona sopravvissuta ad un trauma può produrre guarigione. Anche negli interventi estremi, necessari quando  la persona  è di pericolo a sé stessa o agli altri , è controindicata un'azione unilaterale presa senza consultare o ascoltare il diretto interessato. In ogni caso la vittima deve essere consultata  rispetto ai suoi desideri , offrendo tutte le possibilità di scelta compatibili con la preservazione della sicurezza. Questo stadio parte dal cercare di ristabilire un controllo sul proprio corpo e arriva al controllo dell'ambiente. L'integrità del proprio corpo include l'attenzione ai bisogni di base, la regolazione delle funzioni corporee (il sonno, i pasti, l'esercizio fisico), il controllo dei comportamenti autodistruttivi. Il controllo dell'ambiente include la capacità di  discriminare quali siano le situazioni di vita non rischiose, la sicurezza economica, la propria mobilità, la capacità di autoprotezione.

     E' compito del terapeuta garantire che la psicoterapia si svolga in situazione di sicurezza per il paziente; nessun tipo di terapia può essere efficace se il paziente vive in un ambiente che non sente sicuro. Il terapeuta dovrà quindi lavorare in stretto contatto con altri operatori per poter garantire al paziente la sicurezza; assistente sociale, educatori, magistrato, insegnanti, genitori, partner (nel caso si tratti di adulti), psichiatra ed ogni altra figura ritenuta necessaria.  Oltre alla mobilitazione delle persone che possono prendersi cura del paziente, è necessario stabilire insieme al paziente un piano per la sua  protezione futura valutando il grado di pericolo che egli ancora corre, e le eventuali precauzioni da adottare. E' fondamentale la partecipazione del paziente a questo piano, nell'ottica di ristabilire il potere che è stato annullato dal trauma.

    Non sempre un ambiente sicuro farà sentire al sicuro il paziente perché la sicurezza dipende non solo da fattori esterni, ma anche dal grado di elaborazione del trauma. Laura, una bambina di sei anni fatta prostituire dalla madre e dal padre dall'età di tre, è stata data in adozione ad una coppia amorevole e disponibile nei suoi confronti. La bambina viveva tuttavia in uno stato di iper arausal cronico e di terrore: era convinta che da un momento all'altro il giudice potesse portarla via da quella famiglia come era accaduto anni prima, quando "lei" era stata cattiva  e  per punizione l'avevano messa in comunità. Sara invece, una ragazza di vent'anni violentata per anni dal fratello maggiore con il consenso dei genitori, ha attacchi di panico, cefalea cronica, ansia generalizzata con afasia, quando le viene assegnata una bellissima casa popolare da lei attesa da tempo. L'idea di dover vivere lì da sola ha riattivato il terrore che l'abusante  (condannato in primo e secondo grado ma tutt'ora libero) possa venirla a cercare per ucciderla. La terapia aveva creato una certa stabilità in Sara7, ma il cambiamento, dalla comunità ad una casa tutta sua, cambiamento vissuto dalla stessa ragazza come positivo, ha riattualizzato il terrore. E' compito della psicoterapia aiutare il paziente a sentirsi  al sicuro nel mondo. Molte sono le strategie utilizzabili : uso di farmaci per controllare la reattività e l'ipervigilanza, uso di tecniche comportamentistiche quali il rilassamento, l'uso di tecniche cognitive per controllare il senso di confusione, l'uso di strategie interpersonali per i problemi relazionali fino all'uso di strategie sociali che coinvolgano la rete di relazioni più vicine al paziente. I farmaci non possono essere imposti, ma vanno discussi e concordati con il paziente in uno spirito di costruzione dell'alleanza terapeutica.


       3.2  Il rapporto terapeutico

       Il terapeuta può avere la funzione di contenitore di determinati aspetti  del mondo interno del paziente proiettati su di lui. Frederickson8 afferma che "contenere non significa unicamente trattenere al proprio interno delle sensazioni. Il contenimento è un processo tramite il quale diamo un nome a quelle sensazioni e, nel rapporto transferale, ne capiamo il significato. Come contenitori non siamo semplicemente recettori passivi: siamo organizzatori attivi dell'esperienza. Nella nostra realtà di contenitori non neghiamo e neppure agiamo le sensazioni che abbiamo; organizziamo un'esperienza che all'inizio è confusiva e dilagante e la traduciamo in parole".  Molto spesso con i bambini e gli adolescenti traumatizzati è importante tradurre in parola i loro sentimenti e la loro confusione che appare a loro come indicibile ed impensabile. Come mirabilmente descritto nel libro della Tavistock9, in casi di minori gravemente traumatizzati le emozioni del terapeuta (indotte ovviamente dal rapporto con il paziente) possono essere lo strumento principale della psicoterapia, perché i contenuti verbali o ludici portati dal minore sono spesso troppo poveri e scarni per essere utilizzati, per lo meno in una fase iniziale del lavoro che in genere si rivela assai lunga.  "Il loro comportamento (p.s. del paziente) costituisce spesso il messaggio più importante e vitale, ed è nostro compito recepirlo e rispondere ad esso in maniera appropriata anche se, talvolta, abbiamo ben poco su cui basarci se non i sentimenti che noi stessi proviamo" (pag. 95). La restituzione dei contenuti emersi nei colloqui va fatta "in punta dei piedi" perché questo tipo di soggetti è estremamente vulnerabile e occorre  una grande sensibilità nella scelta dei tempi e degli interventi. Con alcuni bambini così gravemente maltrattati  anche un solo errore può significare una sofferenza insostenibile e, per usare le parole di Meltzer (citato in Boston e Szur, 1996), è a volte necessario arrivare "in punta dei piedi accanto alla sofferenza", soprattutto per ciò che riguarda la relazione di attaccamento su cui in genere questi pazienti raggiungono il massimo della vulnerabilità.

       Il rapporto terapeutico risulta essere fondamentale nella ricostruzione del mondo interno dei minori  vittime di gravi maltrattamenti in famiglia. Quale atteggiamento occorre quindi assumere nei confronti del paziente? Abbiamo già analizzato in precedenza quanto può essere complicata la gestione del transfer fra paziente e terapeuta in casi di PTSD. Con i  minori maltrattati, abbandonati, ospiti di istituti, profondamente odiati sin dai primi giorni della loro vita, molto spesso è la relazione con il terapeuta che permette di costruire nel paziente il primo schema mentale di una relazione sana e positiva con il mondo. E' nel rapporto con il terapeuta che il paziente potrà sperimentare un rapporto sufficientemente buono con una figura di attaccamento questa volta, si spera, non maltrattante o rifiutante. Il paziente, soprattutto se si tratta di un minore allontanato dalla famiglia, investirà il terapeuta di emozioni molto intense, emozioni che lo psicologo deve essere in grado di maneggiare in modo corretto.  "Per lungo tempo il bambino potrà causare al terapeuta un senso di inadeguatezza e addirittura di colpa per il fatto di essere soltanto in grado di fornire una psicoterapia", leggiamo nel libro della Tavistock che riporta l'esperienza di psicoterapia di bambini istituzionalizzati, "ma questa esperienza potrà essere usata per aiutare il bambino  a sviluppare aspettative più realistiche e maggiore tolleranza. Se ciò non avviene, un eventuale affidamento o una eventuale adozione possono condurre ad una analoga delusione per il bambino e per gli adulti, perché il bambino non riuscirà a perdonare all'adulto il fatto di non rappresentare l'incarnazione di un ideale genitore immaginario" (pag. 195). Dietro il dramma della violenza c'è il vuoto, un vuoto forse ancor più sconvolgente e faticoso da tollerare della violenza sessuale stessa. Si può anche continuare a vivere sentendosi per esempio una puttana, ma non si può vivere sentendosi nessuno. Risulta  decisiva la capacità del terapeuta di mantenere la relazione con la paziente e di non agire le emozioni dalle quali ci si sente invasi. Il terapeuta deve accettare che il suo aiuto al bambino è di natura limitata, che l'attenzione che può dargli non è certamente un sostituto delle cure genitoriali, deve fare i conti con il fatto che il passato non può essere cancellato e con l'incertezza di riuscire a riparare il danno che si è verificato. Sia il terapeuta che il paziente si trovano continuamente davanti al fatto che il passato non si può cambiare, ma anche al fatto che il passato è importante solo in quanto continua a vivere nel presente nel paziente, nelle fantasie e nel suo mondo interno che gli impediscono di reagire alle esperienze attuali in modo positivo e di godere ciò che il presente ed il futuro gli possono offrire. E su questi aspetti il terapeuta può cercare di fare del suo meglio affichè il passato non ritorni continuamente nel presente.  L'indice migliore di risoluzione di un trattamento del PTSD  è la capacità del paziente di provare piacere  nella vita e coinvolgersi pienamente nelle relazioni con gli altri. Il presente e il futuro diventano più interessanti del passato.

    Il terapeuta deve mantenersi neutrale nella relazione con questi pazienti? Su questo argomento c'è un'infinita letteratura da Freud ai giorni nostri. In terapie di minori abusati la neutralità è importante, ma ciò che è o non è neutrale non può essere stabilita in astratto ma deve essere valutato di caso in caso. Come afferma Horner (opera citata)  ciò che è neutralità per uno, per un altro è abbandono. Ciò che per un paziente è un segnale del nostro interesse e della nostra sollecitudine per lui, per un altro è un'intrusione. I nostri concetti non possono essere realmente compresi su un piano astratto ma devono essere collocati nel contesto clinico. L'amore del terapeuta per il paziente è un importante elemento nella terapia.  Il paziente con il terapeuta deve poter sperimentare, molto probabilmente per la prima volta nella sua vita nei casi di maltrattamenti in famiglia, una relazione di attaccamento sicura. Questo aspetto della  relazione deve essere oggetto di gran parte del lavoro terapeutico, e lo psicologo deve porre una particolare attenzione a non fare mai sentire "abbandonato" il paziente, in genere ipersensibile a qualsiasi segnale di minino rifiuto. Il setting deve essere il più possibile stabile ed ogni spostamento di seduta o interruzione (per esempio per le vacanze) deve essere oggetto di attenta discussione.

Con i soggetti precocemente deprivati che nel presente sono ancora disperatamente soli e privi di riferimenti affettivi, occorre una grande coerenza fra ciò che si dice e ciò che si è, perché essi hanno sviluppato un sesto senso nei confronti di ogni minimo segnale di abbandono o di distanziamento emotivo. Uno degli obiettivi della terapia diventa quello di permettere al paziente di sperimentare delle relazioni interpersonali positive al fine di "insegnargli" come fare a non distruggere ogni legame buono che gli viene offerto, anche attraverso l'analisi del transfer fra terapeuta e paziente, che ha nell'impiego della empatia il suo principale strumento. A tal fine il terapeuta deve permettere al paziente di conoscerlo, evitando di rispondere con il silenzio alle domande da lui poste per non risultare esso stesso un  "oggetto" maltrattante. E' certamente una posizione molto distante da quella teorizzata dalla psicoanalisi che impone invece al terapeuta una estrema riservatezza rispetto alla propria vita personale (regola in molti casi fondamentale per il buon esito della terapia). Tuttavia è improbabile che la psicoanalisi classica, pur valida per la cura di molte psicopatologie, sia indicata per questo genere di pazienti.  Greenberg10 afferma che la neutralità di misura in base alla capacità del paziente di diventare cosciente del transfert e di tollerarlo.
 

     4. L'elaborazione del trauma

   Una delle fasi centrali della psicoterapia di un soggetto traumatizzato risiede nell'elaborazione del trauma. Come abbiamo visto precedentemente non tutti i traumi sono uguali e non in tutti i soggetti ha le stesse conseguenze; ogni terapeuta dovrà quindi valutare attentamente quali strumenti usare per lavorare sul trauma, ed in quale momento della terapia utilizzarlo. Ciò che è tuttavia fondamentale è che il trauma venga trattato. L'affermazione può apparire banale, ma non lo è affatto se si considera che ancora oggi, pur senza alcun supporto scientifico, molti terapeuti considerano salutare per il paziente far mettere la "classica pietra sopra" e non pensarci più. Un trauma non analizzato produrrà effetti devastanti sul soggetto anche per tutta la vita.
      

        4.a Far mettere in parole il trauma nei casi di abuso intrafamigliare

     "Se volessi  rappresentare con una immagine la relazione che esiste tra il trauma dell'abuso e la verità, l'immagine che mi sembra più adatta non è quella di una strada diritta, ma quella di un sentiero  pieno di ostacoli, a tratti ripido, a volte cancellato o franato, dove si può perdere l'orientamento, un sentiero comunque faticoso e cosparso di imprevisti. Chi si trova ad avventurarsi su questo sentiero per andare incontro al bambino deve mettere in conto di affrontare diversi ostacoli" . Così descriveva Daniela Bruno il percorso necessario al disvelamento dell'abuso sessuale11. Gli ostacoli sono nei divieti esterni ( degli adulti che hanno impedito al bambino di parlare, o che lo minacciano, o che hanno utilizzato forme di intimidazione o di  ricatto affettivo ) e sono nei  divieti interni, nel bisogno del minore di mantenere la relazione affettiva di dipendenza nei confronti dell'abusante, di salvaguardare l'unità famigliare (se si tratta di incesto ) o comunque nelle emozioni di colpa, vergogna, stigmatizzazione, tradimento, che si frappongono alla possibilità di parlare. Sappiamo che chi ha vissuto una esperienza traumatica  cerca di rimuoverla, vuole evitare di pensarci: noi chiediamo quindi al bambino di dire proprio quello che lui cerca di dimenticare. Un grosso ostacolo alla verità è posto proprio dal soggetto stesso, dalle difese di evitamento che lui mette in atto.

 
     4.b L'ascolto dell'ambivalenza

      Non è facile essere  spettatori  della  "confessione" dei nostri piccoli pazienti: i bambini abusati, soprattutto se intrafamigliare,  raramente  riescono a trovare  il coraggio di raccontare l'aspetto più sconvolgente dell'abuso  che di  solito  è un  segreto nel  segreto,  l'ambivalenza nei confronti dell'abusante e dell'abuso stesso: persecutore e vittime troppo spesso sono confusi nella mente del piccolo paziente, e necessitano di un confronto con l'esterno per poter accedere ad un chiarimento delle posizioni di ciascun attore della vicenda. E' importante che l'adulto che ascolta  il  minore sia  in  grado  di  contenere  dentro  di  sé  empaticamente   la consapevolezza  di  avere a che fare  con  emozioni  intensamente contraddittorie,  in cui amore e odio possono essere  compresenti in modo ugualmente intenso. Gli operatori, psicoterapeuti compresi, non sono esenti  da reazioni  emotive  molto intense quando entrano in  contatto  con l'ambivalenza  delle vittime di gravi  maltrattamenti.

L'analisi del  controtransfert diventa in questi casi  indispensabile,  anche come preliminare ad ogni possibile ascolto e non solo in contesti terapeutici;  oggi  sappiamo  che  ciò che  dice  il  soggetto   determinato  da  ciò  che  è pensabile per  il  terapeuta12.  Solo  se  il  terapeuta sarà in  grado  di  ascoltare,  e tollerare, che Anna (violentata dal padre con la complicità della madre) possa amare  la propria madre a tal punto  da rifiutare  una   nuova  famiglia, si potrà andare oltre la maschera  del pagliaccio che ride con la quale ben si rappresenta la ragazza in un disegno libero. E solo  se  si  potrà accogliere  la  dichiarazione  d'amore  della bambina verso il proprio padre pedofilo, ed ascoltare la sua rabbia  verso le  leggi  ingiuste che puniscono i padri  incestuosi,  si  potrà andare  oltre  la presentazione di un falso Sé con il  quale  Paola  ha imparato a presentarsi al mondo. Ed è questo  anche l'unico  modo per non condannare la piccola vittima al  silenzio, per  non  costringerla a negare la propria consapevolezza  di  un fallimento ed imporle i panni di vittima innocente e passiva  che impedirà  l'instaurarsi  di  un reale  rapporto  terapeutico  in quanto  le si offre un'immagine degli eventi e dei sentimenti  ad essi  sottesi nei quali non le è  possibile riconoscersi  fino  in fondo13.  La    difficoltà   dell'operatore   rispetto   a    questa problematica  è da ricondurre in gran parte al fatto che spesso la vittima di abuso non si comporta come una vera e propria  vittima di un sopruso o di una violenza: Anna per esempio  una ragazzina provocatoria,  aggressiva,  ipersessualizzata  (lei  stessa  oggi abusante),  è continuamente  in  fuga  per  ritornare  a  casa.  Di frequente  queste bambine sono reticenti,  omertose,   raccontano qualche particolare dell'abuso ma continuano a mantenere di fatto un'alleanza  con  l'abusante  esponendosi  al  rischio  di  veder continuare   l'abuso  stesso.  In  altri  casi   questi   bambini sembrano   desiderare   coscientemente  di  ritornare   a   farsi maltrattare,  ed anche questo  un comportamento  estremamente  in contraddizione con il tipico ruolo di vittima di una violenza.

Esiste  un ulteriore fattore che complica  notevolmente  la presa incarico dei bambini maltrattanti, ed in particolare  delle vittime di abuso sessuale: la loro ambivalenza nei confronti  del maltrattamento stesso e l'enorme contraddizione fra quanto dicono a  parole  e  quanto esprimono attraverso  il  linguaggio  extra-verbale  o  somatico.  Mentre  Lucia  (oggi  in  affidamento  pre adottivo)  afferma per esempio di voler tornare da suo padre  per continuare   ad   essere  da  lui  abusata, è  evidente  come l'interruzione  della  sua convivenza con  il  nucleo  famigliare incestuoso   le  abbia  portato  dei  giovamenti   immediatamente visibili  da chiunque: c'è un  progressivo e netto  miglioramento del  suo  stato  di salute avendo in  precedenza  lei  sviluppato un'anoressia, uno sblocco delle sue capacità di apprendimento che al  contrario durante l'abuso erano del tutto  "congelate",  così come   il   suo  pensiero  era   gravemente   destrutturato   non consentendole neppure di produrre delle frasi di senso compiuto e comprensibile. Anche  Sonia (abusata in epoca molto precoce dal  padre), che  durante l'abuso si era innamorata perdutamente del  genitore abusante sviluppando un comportamento altamente aggressivo  verso la madre, proprio durante l'incesto manifesta un grave  episodio di  regressione  con destrutturazione  del  linguaggio,  mutismo, grave   depressione  con  totale  inibizione  del  gioco  e   dei movimenti, bulimia. Il suo corpo lanciava un grido disperato  che evidentemente  non  poteva avere accesso alla coscienza  ed  alla parola.  

Sul  piano  somatico  quindi Lucia  e  Sonia  esprimono  un profondo disagio, lanciano un grido di aiuto agli adulti  intorno a  loro,  grido poi negato sul piano verbale.  C'è  una  profonda scissione  fra ciò che queste bambine vivono  in una parte  della loro  mente  e  ciò  di cui invece  sono  consapevoli  sul  piano razionale.   Non   è  facile  vedere  dietro  una  bimba   spaventata   e sofferente,  il  cui comportamento (per le bambine  per  es.  che chiedono  apertamente  di  essere protette dall'abuso)  o  le  cui somatizzazioni  lanciano inequivocabilmente un grido di aiuto  ed una  richiesta  di protezione, anche la  bambina  innamorata  del proprio  genitore,  il partner attivo dell'adulto  perverso  (per intenderci la bambina che riesce a farsi dire: "sei  fantastica!" dopo l'atto sessuale).  Spesso  questo "segreto nel segreto"  mantenuto con  forza dalle  piccole vittime di abuso per timore che le loro mamme  non siano  in  grado  di  tollerare la  sconvolgente  verità,  ed  in  qualche modo ciò  spesso corrispondente al vero. Per esempio  la madre  di Valentina, dieci anni, che pur ha lottato per anni  per  proteggere  la  propria  figlia dall'abuso  sessuale  del  marito separato,  è  stata  colta  da  conati  di  vomito  frequenti   e ripetuti, che sono durati per alcuni mesi, quando la figlia le ha rivelato,  sia  pur in modo molto sfumato, i giochi  sessuali  ai quali partecipava, non costretta con la forza, con il padre.   Da un  lato  la  bambina  chiedeva  aiuto  alla  madre,  più   volte supplicandola  di  non  farla  più  andare  a  casa  del   padre, dall'altro  le nascondeva la verità. 

Anche i professionisti più esperti possono incontrare  delle difficoltà   a  tollerare  l'ambivalenza,  o  "l'amore   per   la violenza"  che  certi  bambini  si  portano  dentro,  o  la  loro ambivalenza   verso   gli  abusanti,  e   possono   arrivare   ad incentivare,   anche  nel contesto terapeutico,  una  personalità caratterizzata  da un falso Sé.  E' il caso di  Annalisa,  odiata, nel vero e proprio senso della parola, dalla propria madre che la maltrattava  fisicamente  in modo molto grave  e  la  disprezzava verbalmente, ed abusata sessualmente, oltre che fisicamente,  dal proprio  padre  per anni. Annalisa oggi di dieci anni  e  con  un ritardo mentale medio grave, ormai in affidamento preadottivo da un  anno e mezzo, arriva un giorno in seduta con una  foto  della propria  madre  naturale strappata e aggiustata  con  lo  scotch. "L'ho  strappata per farti piacere", dirà al terapeuta  che  solo allora si renderà conto di non aver saputo tollerare, su un piano emotivo  profondo, l'amore della bambina per una  famiglia  tanto distruttiva, non consentendole quindi fino in fondo di  esprimere la  propria sofferenza per la separazione dalla propria  famiglia di origine che pure lei stessa aveva voluto chiedendo aiuto  alle proprie  insegnanti  rispetto alla  violenza  sessuale.  Annalisa potrà   solo allora esprimere in modo esplicito il  desiderio  di tornare  a  casa,  sia  pur  consapevole  che  i   maltrattamenti sarebbero  continuati,  e verbalizzare il  proprio  desiderio  di rivedere  il  padre del quale rimpiange i  momenti  di  tenerezza durante  i rapporti sessuali (rapporti che pure lei stessa  aveva sempre detto essere caratterizzati da forte dolore fisico  dovuto a penetrazione anale, orale e tentativi di penetrazione  vaginale  che hanno prodotto nella minore persino un blocco delle  funzioni sfinteriche   che  ha  reso  necessario  in  due  occasioni   uno svuotamento manuale dell'intestino). Annalisa ha potuto dire  che il  padre   stato l'unico che le abbia mai  dato  affetto  prima della   nuova   famiglia  adottiva,  portare  al   terapeuta   la convinzione di essere una bambina profondamente cattiva,  sporca, "pazza"   e   degna  quindi  solo  del   disprezzo   del   mondo.  Contemporaneamente Annalisa ha potuto esprimere ai nuovi genitori adottivi  il terrore di essere rapita di notte dal  padre,  dando così un senso ad un comportamento presente da sempre nella  nuova famiglia,  quello  cioè di chiudere a chiave  in  modo  ossessivo porte  e finestre e di camminare sempre attaccata agli adulti  di riferimento.  Nel  caso  di Annalisa si è  in presenza  di  una  dissociazione  (difficile pensare alla stessa  persona che  dice  di voler tornare dal padre e che chiude  a  chiave  le porte  per  non  essere  da  lui  rapita)  e  la  compresenza  di sentimenti  tanto intensi quanto contrastanti  verso una  stessa persona  ci  indica  con  chiarezza  la  profonda  confusione   e l'immensa   sofferenza  con  le  quali  questi  soggetti   devono convivere  quotidianamente. Sono ormai molti  ormai  gli  autori che   individuano  nella  dissociazione  una   delle conseguenza  dei  maltrattamenti  subiti  durante  l'infanzia14 . 


      4..c L'ascolto del trauma quando non ci sono le parole per dirlo

       Pur nella convinzione che il mettere in parola il trauma sia una fase fondamentale nel percorso terapeutico, non dobbiamo sopravvalutare l'utilizzo delle strumento verbale nell'elaborazione del trauma stesso. La parola è solo uno degli strumenti a disposizione del terapeuta per curare i soggetti traumatizzati, e non sempre è lo strumento più efficace. E' stato recentemente dimostrato per esempio che far mettere in parola il trauma in un periodo immediatamente successivo all'accadimento stressante possa essere negativo per il soggetto e facilitare l'insorgere del PTSD. Il soggetto ha invece bisogno di interventi finalizzati a regolarizzare l'arausal ed a calmarlo. Tecniche di rilassamento sono indicate in questa prima fase.
      Per cento anni si è detto che si deve parlare del trauma per potersene liberare, ma queste immagini contraddicono questo dogma. possibile, quindi, che sia necessario riviverlo e rielaborarlo senza parlarne, o senza parlarne interamente. Nella situazione traumatica si perdono le capacità di verbalizzazione e le funzioni dell'emisfero sinistro (organizzazione, contestualizzazione, sequenzialità temporale, rappresentazioni simboliche). Rimane attivo l'emisfero destro, il quale è deputato, tra l'altro, alla lettura delle sfumature emotive dell'ambiente. I pazienti con PTSD, infatti, sono molto sensibili all'umore degli altri e perspicaci. Essendo, però, anche egocentrici, autoriferiscono gli atteggiamenti degli altri. La terapia, afferma van der Kolk, deve, pertanto, cambiare il modo con cui l'emisfero destro interpreta i fatti.
Le differenti funzioni degli emisferi cerebrali sono ampiamente provate dagli studi di Roger Sperry sui pazienti con sezione chirurgica del corpo calloso (split-brain)15. Martin Tucker ha riscontrato anomalie nel corpo calloso nei bambini vittime di traumi. stata, anche, riscontrata un'atrofia dell'ippocampo (centro cerebrale che categorizza le informazioni e che le pone nel contesto spazio-temporale adeguato16) nei soggetti traumatizzati. Questo tipo di lesione sembra essere in relazione con l'elevazione del cortisolo durante lo stress17. Le aree cerebrali attive in relazione alle memorie traumatiche sembrano essere: la regione limbica destra (amigdala in particolare) e parte della corteccia occipitale (probabilmente fonte delle immagini visive). Al contrario, l'area di Broca, necessaria per il trasferimento in parole dell'esperienza, è disattivata.


 4.d.L'intervento con l'EMDR nel campo del trauma

     "E' stata la prima terapia che non si fondava su quella che io chiamo la "tirannia del parola" per entrare in contatto con il mondo del paziente", afferma van der Kolk. "Le esperienze e le sensazioni fisiche e i sentimenti possono essere presenti nel paziente, che non ha bisogno di spiegarvi cosa accade, ma si può dire semplicemente al paziente << lo provi, lo viva, entri in quello stato>>". Si incoraggia in altri termini il paziente a sentire quello che sente. Con l'EMDR quando si vede lo stato traumatico che emerge non lo si incoraggia a svilupparlo, lo si mantiene in quello stato a livello di emersione, si dice "resti così!" e si fa la stimolazione bilaterale. Alcuni, come F. Shapiro, stimolano nell'EMDR i pazienti a raccontare la loro storia, altri, come van der Kolk,  non attribuiscono alla narrazione del paziente grandi significati ed incoraggiano piuttosto le persone a sentire degli stati somatici, pur tenendo conto che  ad un certo stadio del processo sia opportuno ricorrere alla formulazione cognitiva di questi stati. Tale percorso, con l'aggiunta di una stimolazione bilaterale, facilita l'elaborazione di questa sensazione fino a quando non è più disturbante. 


    4.e Cos'è la terapia EMDR

     EMDR  è un acronimo per Eye Movement Desensitization and Reprocessing (Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari). E' un metodo clinico innovativo che può essere utilizzato all'interno del percorso terapeutico qualsiasi sia l'orientamento teorico del terapeuta e che ha aiutato con successo ormai più di un milione di individui reduci da eventi traumatici (abuso sessuale, violenza in famiglia, guerra, crimini) ma anche soggetti con altri disturbi psicologici (depressione, dipendenze, fobie e aspetti legati all'auto stima). E' una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione ritmica destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze passate e a disagi presenti. La stimolazione fisiologica sembra attivare il sistema innato di elaborazione dell'informazione e sembra altresì legato ai meccanismi inerenti l'immagazzinamento della memoria.

Il trattamento con l'EMDR permette un approccio integrato che considera tutti gli aspetti salienti dei maggiori approcci psicoterapeutici più tradizionali. Infatti, l'EMDR è un metodo complesso di psicoterapia che integra molti elementi teorici e clinici di altri approcci terapeutici (psicodinamico, comportamentale, cognitivo, fisiologico ed interazionale) che vengono abbinati a movimenti oculari o altre forme di stimolazione bilaterale (per esempio i tamburellamenti destra/sininistra sulle mani).

EMDR è usato fondamentalmente per accedere, neutralizzare e portare a una risoluzione adattiva i ricordi di esperienze traumatiche che stanno alla base di disturbi psicologici attuali del paziente. Dopo le varie fasi di una seduta di EMDR, i ricordi disturbanti precedenti hanno un'alterazione.  L'immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, le cognizioni del paziente diventano più adattive dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono in intensità. Si sente che veramente il ricordo della esperienza traumatica fa parte del passato. Altri effetti positivi sono molto comuni, come un miglioramento nella prestazione, nell'atteggiamento, nello stato dell
Potrebbero anche interessarti questi articoli...
violenza sessuale, abusi sessuali, molestie sessuali, incesto, terapia incesto, terapia abusi sessuali, terapia traumi sessuali, abusi all'infanzia, terapia traumi sessuali , terapia abuso sessuale, terapia abusi sessali, psicoterapia abusi, centro antiviolenza, centro anti violenza, bambini abusati, bambini maltrattati