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conseguenze dei maltrattamenti e abusi

 bambina27Conseguenze e breve e lungo termine degli abusi all'infanzia


questa sezione, scritta da Cristina Roccia è un po' "tecnica" e di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, ma se sei una persona che ha subito abusi o maltrattamenti infantili, o se conosci una persona

o un bambino che li ha vissuti, non scoraggiarti e prova a leggere lo stesso. Magari non capirai tutto, ma forse potrai trovare spunti di riflessione  interessanti e utlili sul tuo modo di essere e sulle " tue


stranezze " alle quali non sei mai riuscito ad dare un significato.



Danni Psicologici


Felicity De Zulueta ha dimostrato che il trauma (quindi anche l'abuso sessuale, l'incesto ed il maltrattamento) rappresenta per la vittima, a maggior ragione se piccola, una grave frustrazione a quel  bisogno di controllo sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale dell'essere umano. L'idea di essere invulnerabili (Non può capitare proprio a me!), l'idea che il mondo abbia significato (quello che accade ha un un senso) e, per molti, che si valga come persone (sono un essere umano e come tale il mondo mi rispetta, non mi attacca), sono i tre presupposti inconsci che utilizziamo per affrontare la vita di tutti i giorni.

I sintomi presenti nel  Disturbo post-traumatico da stress, possono in gran parte essere collegati al crollo degli assunti di base delle vittime su se stesse e sul proprio mondo.


Il trauma, l'abuso sessuale, l'incesto, il maltrattamento ma anche la violenza psicologica grave, distruggono nel bambino tre elementi fondamentali della sua evoluzione mentale:

a) quel senso di invulnerabilità/inviolabilità del Sé che, quando non sconfina in forme esagerate,  costituisce  un vissuto basilare di fiducia e di sicurezza nel proprio futuro. Ognuno di noi sostanzialmente si aspetta che il mondo sia relativamente sicuro e prevedibile, mentre le vittime di aggressioni sessuali imparano presto che nulla è prevedibile, che non si hanno certezze su ciò che è bene e ciò che è male, che il mondo non è sicuro e che la certezza di arrivare sani e salvi alla fine della giornata è una pura illusione. Peggio ancora è se l'aggressione viene messa in atto da un membro della propria famiglia, visto che il bambino si immagina "prevedibile" e "sicuro" l'adulto che si trova dento le mura domestiche.

b) la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza e alla propria esistenza. I bambini abusati vivono una tale orrore che elaborano un'immagine di se terribile, negativa.

c) l'autostima. Il maltrattamento e l'abuso sessuale distruggono per sempre l'autostima delle piccole vittime.


Di fronte all'impatto di accadimenti violenti e di comportamenti di abuso sessuale e di maltrattamento, il bambino perde in modo drammatico il controllo sulla realtà del mondo esterno, e del mondo adulto in particolare, e smarrisce la percezione rassicurante della propria inviolabilità e del proprio valore in quanto persona. Che un genitore o una persona cara al bambino commetta violenze e abusi e del tutto impensabile, imprevedibile, inspiegabile, e fa sentire il minore costantemente in allarme, incapace di rilassarsi nè dentro nè fuori casa.


Non a caso molte piccole vittime di maltrattamento, di abuso sessuale e di incesto pongono spesso ad interlocutori adulti che hanno dato prova di capacità di ascolto: "Perché proprio a me?". Cercano in altri termini di dare un senso ad un'esperienza di violenza che a ben vedere non si presta ad alcuna spiegazione, e che non può presentare alcun significato positivo. L'unica risposta a questa domanda, e tutti noi cerchiamo sempre di dare un senso alla realtà che ci circonda !, è quella dell'attribuzione a sé di una colpa. Meglio sentirsi colpevoli che impotenti!
Per il bambino è meglio tentare di dare un significato al maltrattamento e all'abuso sessuale, sentendo di averlo in qualche modo provocato e "meritato", piuttosto che prendere atto, con una consapevolezza che risulterebbe per certi versi  sconvolgente, della propria assoluta inermità e fragilità in un mondo dove gli adulti sono capaci di perversione e di follia, sottraendosi a ben  vedere a qualsiasi rassicurante idealizzazione.







                                                                                                                           Conseguenze sul cervello del bambino


Le ricerche e gli studi compiuti in questo campo ci rendono consapevoli degli esiti psicopatologici, cioè gravi e duraturi, in età adulta delle forme di abuso all'infanzia.


Tale incidenza sul generare disturbi psicologici è spiegabile a partire dagli studi condotti sull'attaccamento, che rivelano come le varie forme di abuso all'infanzia danneggino i Modelli operativi interiorizzati (MOI) dei bambini,

Gli studi neurobiologici sullo sviluppo mentale infantile dicono con sicurezza che le esperienze traumatiche croniche e le modalità maltrattanti continuate nei primi anni di vita del bambino producono la sofferenza e la morte di neuroni attinenti alle aree dell'intelligenza, ma anche del sistema parasimpatico, ormonale, immunitario. Il patrimonio che il neonato possiede si struttura e si articola non a seguito della stimolazione sensoriale ma in base alla comunicazione sintonica e affettiva che si stabilisce con le figure di attaccamento

E' la relazione di attaccamento che forma e definisce la mente del bambino.

Le ricerche scientifiche provano che; se l'attaccamento è sicuro e c'è sintonia emotiva tra il caregiver e il bambino, quest'ultimo interiorizza le basi e i metodi dell'auto-promozione e dell'auto-organizzazione. (Stern 1990,Siegel,1999). Quando invece i legami sono fonte di esperienze negative e traumatiche, compromettono il funzionamento cognitivo ed emotivo sul piano neurologico producendo un'alterazione duratura nei circuiti cerebrali e nel sistema che media la risposta allo stress (asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrenale sistema noradrenergico).

Le conseguenze neurobiologiche del maltrattamento precoce comprendono l'alterazione di altri sistemi cerebrali fondamentali, i sistemi delle benzodiazepine, degli oppioidi endogeni, della dopamina e dei neuropeptidi, che danneggiano il funzionamento dell'ippocampo,dell'amigdala, della corteccia prefrontale, e generano psicopatologie, tra le quali il PTSD (Post traumatic stress disorder) e la depressione.

Per comprendere questo aspetto è necessario definire cosa è traumatico. Parlando di esperienze traumatiche è importante distinguere tra quella riferita ad un evento unico e improvviso, e quella di un abuso prolungato e ripetuto.

Un trauma singolo o "acuto"produce nella mente la tendenza a ritornare sul ricordo, di solito ricordato nei suoi dettagli, per tentare di rielaborarlo cognitivamente in modo da integrarlo nella propria storia. L'integrazione, vero requisito della salute mentale, dipende dall'ippocampo e dalla corteccia prefrontale, aree del cervello che sono meno sviluppate nel bambino.

Nell'abuso prolungato e ripetuto la vittima non possiede questa capacità di rielaborazione retrospettiva e il più delle volte ricorre al diniego e alla paralisi psicologica. Alcuni studiosi, tra cui la Glaser (2000) parlano in questo caso di stress cronico.

"Si può affermare che mentre nel trauma acuto il soggetto si comporta nei confronti dell'esperienza traumatica come nei confronti di un corpo estraneo da espellere attraverso l'equivalente di una florida reazione infiammatoria, nel trauma o stress cronico ciò non avviene. Questa differenza è tanto più evidente quanto più è precoce l'esperienza sfavorevole. Infatti, molte situazioni di abuso e trascuratezza, benché sicuramente produttrici di uno stato emozionale gravemente negativo, non vengono percepite dal bambino come sopraffacenti nel modo delle tipiche esperienze traumatiche. Ma l'assenza dello sconvolgimento acuto non ha alcuna valenza protettiva, anzi apre la strada a un effetto pervasivo a carico dei processi di regolazione psicologici e biologici presenti nel bambino, dando luogo a reazioni più complesse e ancor più nefaste del disturbo da stress post-traumatico. Si parla in questi casi di "trauma interno all'identità" opposto al "trauma esterno all'identità" che caratterizza le situazioni di trauma acuto." ( M. Malacrea, Vite in bilico, Quaderni del Centro di Nazionale di documentazione per l'infanzia e l'adolescenza, Firenze 2007).

Il trauma cronico nell'infanzia si produce in un contesto familiare dove le normali relazioni di protezione e di cura sono sovvertite. Il bambino, non potendosi allontanare dalla figura di attaccamento, poiché ne ha bisogno per sopravvivere, non struttura nei suoi confronti la "fiducia di base", ma struttura comunque un legame segnato da sentimenti di impotenza, paura, tradimento. La mente di questi bambini è costantemente in allarme, essi sono sempre pronti a cogliere i segnali di una aggressione imminente, imparano a riconoscere gli stati emotivi e le espressioni del viso degli adulti, per potersi nascondere, difendere o calmare l'aggressore. Quando ogni difesa è resa impossibile, subentra la dissociazione.

La vittima impara a dissociarsi per sopravvivere, anche se internamente è ipereccitata , sviluppa la capacità di alterare la percezione del dolore, la coscienza e la memoria degli abusi o delle violenze;il bambino appare in uno stato di vigilanza congelata.

La dissociazione impedisce di integrare nella mente le percezioni, le emozioni, di dare un significato all'esperienza; se l'abuso si prolunga, il bambino impara a dissociarsi in maniera automatica, reprimendo la normale espressione dei sentimenti e impedendo una funzionale reazione al trauma.

Quanto più i bambini sono piccoli tanto più sono sensibili al traumae sviluppano le classiche risposte che vanno dall' ipereccitazione (hyperarousal) all'iperadattamentoal congelamento dissociativo. Vedi gli studi di Perry (1995) che mostrano come la maggior parte di bambini traumatizzati sviluppi con PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder) disturbo che presenta una mescolanza di ipereccitazione e di iperadatamento:

- l'ipereccitazione produce uno stato di allarme permanente, di attivazione e instabilità psichica continua, che non trova scarico in comportamenti utili e finalizzati di attacco o fuga ( che sono impossibili, visto che il bambino non può né attaccare il caregiver, né fuggire da lui) Subentrano sintomi fisici e psichici: tremore, batticuore, grande agitazione, ansia, che può portare ad insonnia, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi. Possono essere presenti: scarsa regolazione emotiva, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, irritabilità o scoppi di ira o difficoltà a concentrarsi sui compiti.

Sul piano neurologico, la risposta allo stress coinvolge il sistema noradrenergico, con ricadute sulle funzioni psicologiche, cognitive, comportamentali mediate dallo stesso sistema, e produce sintomi dei bambini traumatizzati: iperattività, ansia, comportamento impulsivo, disturbi del sonno

- L'iperadattamento porta a una riduzione della reattività verso il mondo esterno, una sorta di " paralisi psichica" o "anestesia emozionale", che consente, nell'impotenza a difendersi attivamente, una riduzione dell'angoscia. I bambini traumatizzati si immobilizzano cognitivamente, spesso anche fisicamente, come se si congelassero. Questo comportamento sovente produce un aumento dell'aggressività e da parte dell'adulto, con la conseguenza che il bambino si disorienta maggiormente, diventa ancora più paralizzato e incerto. Sul piano neurologico si osserva in questi casi una ipersecrezione di cortisolo, che abbassa la reazione allo stimolo stressante ma può produrre, in futuro, depressione e riduzione della capacità di provare emozioni o interesse o amore nei confronti degli altri, fino ad arrivare alla scarsa sensibilità per gli altri, e all' incapacità di sintonizzazione relazionale. I bambini sottoposti a gravi esperienze di deprivazione mantengono il livello di base del cortisolo elevato.

ll bambino traumatizzato oscilla quindi da uno stato di eccitazione nervosa ad uno stato di estraniamento e di apatia, a momenti dissociativi e di regolazione emotiva che producono una disorganizzazione del normale stato di coscienza. Questa continua alternanza disorienta sia il bambino che chi se ne deve prender cura e impedisce una corretta diagnosi e una presa in carico. L'ipereccitazione può venir interpretata come un disturbo della condotta, mentre i comportamenti di estraniazione e di congelamento possono essere letti come assenza di sofferenza psicologica, o come disturbo da deficit attentivo.






Conseguenze della violenza all'infanzia:  Stato di ansia cronico

La ricerca clinica sulle vittime di gravi traumi, fra cui quindi sono contemplate anche l'incesto, l'abuso sessuale ed il maltrattamento fisico ai danni dei minori, ha dimostrato che in genere la reazione alla violenza può essere di due tipi:
di tipo dissociativo  oppure predomina una reazione di aumentato erousal (cioè un iper eccitazione generale dell'organismo ).

Quest'ultimo genere di soggetti sarà particolarmente vulnerabile rispetto a tutto ciò che comporta un'attivazione eccessiva dell'erousal e predisposto a sviluppare disturbi ad esso collegati (per esempio Disturbo Post Traumatico da Stress, Disturbi della condotta, Disturbi dell'attenzione, comportamenti violenti ed antisociali). E' stato infatti dimostrato dalla ricerche condotte da van der Kolk e dai suoi collaboratori, che questi bambini anche una volta diventati adulti hanno una iper-attivazione cronica dell'erousal fisiologico (anche con il battito cardiaco cronicamente accelerato rispetto alla norma), con tutto ciò che questo può comportare per esempio in termini di incapacità ad apprendere.

Se un bambino è sempre costantemente in una situazione di allarme e di attivazione fisiologica rispetto a questo allarme, non potrà di certo prestare attenzione a quanto per esempio la maestra sta spiegando; egli passerà il tempo ad osservare il comportamento extraverbale dell'insegnante per intravedere eventuali attacchi, oppure reagirà in modo eccessivo a stimoli che possono anche lontanamente ricordare il trauma etc...

Con questo genere di soggetti appare assolutamente decisivo il tipo di relazione che l'adulto instaura; il ragazzino infatti in queste situazioni sarà molto più attento al comportamento extraverbale dell'interlocutore che alle domande che gli vengono rivolte.

Anche bambini che appaiono perfettamente calmi possono in realtà trovarsi  in questo tipo di stato emotivo. 
Sono state inoltre condotte ricerche sugli animali per capire quali siano gli effetti dell'esposizione cronica alla violenza. Gli studiosi hanno scoperto che l'esposizione ripetuta a stimoli fortemente negativi (per esempio scariche elettriche) produceva nelle vittime reazioni così dette "condizionate" che potevano poi diventare indipendenti dalla stimolo e produrre nell'animale gravi conseguenze sia fisiche che psichiche.

Gli studi di Seligman alla fine degli anni sessanta hanno permesso di scoprire che gli animali esposti a scariche elettriche senza poter avere via di fuga, o senza poter prevedere quando la scarica elettrica si sarebbe verificata, avevano in conseguenza di ciò una serie di problematiche fisiche e psichiche molto gravi: le cavie sviluppavano quella che è stata definita come "impotenza appresa", una assoluta incapacità a difendersi anche in tutte quelle situazioni di pericolo dalle quali avrebbero potuto scappare, ansia cronica, depressione grave, ulcere allo stomaco ed in alcuni casi anche alcune forme di tumore che portavano alla morte dell'animale .

Le reazioni più gravi si verificavano nei soggetti che erano costretti a vivere in situazioni di continuo allarme, per esempio le cavie alle quali venivano somministrate delle scosse elettriche senza preavviso, mentre meno grave era la patologia degli animali che vedevano preannunciata la scarica elettrica da un qualche suono che consentiva loro di poter vivere in relativa calma in tutti gli altri momenti della giornata.

Sono molti i bambini e gli adolescenti che vengono esposti per anni a forme croniche di violenza dalle quali non hanno via di fuga, e nei maltrattamenti fisici o  negli abusi sessuali intrafamigliari gli assalti fisici e sessuali avvengono molto spesso senza alcun preavviso, senza che la vittima possa prevederli o  mettere in atto strategie per evitarli o per difendersi. All'interno della famiglia maltrattante la violenza è molto spesso cronica, imprevedibile, senza una logica o una relazione di causa e effetto con il comportamento della vittima (per esempio il bambino non viene picchiato perché si è comportato male, ma perché la madre in quel momento è particolarmente stressata). Questi bambini devono imparare a crescere e sopravvivere malgrado il senso dominante di minaccia, devono adattarsi a questa atmosfera di timore costante.

 Recentemente alcuni studi effettuati su un elevato  numero di vittime di abusi sessuali e su bambini esposti ripetutamente a forme di violenza, hanno permesso di scoprire che lo sforzo dell'individuo di adattarsi a queste situazioni di continuo terrore e violenza può alterare lo sviluppo del cervello del bambino con conseguente cambiamento del suo funzionamento fisiologico, cognitivo e conoscitivo. In soggetti affetti dal Disturbo post traumatico da stress, adulti e bambini, sono state rilevate alterazioni croniche del funzionamento cardio vascolare, patologia che produce a sua volta delle alterazioni  nel cervello e nell'organismo: alterazioni del battito cardiaco, attivazione cronica ed anormale del sistema nervoso simpatico, alterazioni di alcune aree del cervello collegate alla memoria (per es. l'ippocampo), una diminuzione della serotonina (che sembra sia collegata all'aggressività e alla capacità di controllo degli impulsi etc.

Le vittime di gravi maltrattamenti e abusi sessuali nella maggior parte dei casi sviluppano problematiche psichiatriche, psicologiche e psicosomatiche assai gravi, anche nei casi in cui durante l'esposizione al trauma il soggetto sia stato in grado di mettere in atto meccanismi di difesa che gli hanno permesso di far fronte alla violenza. Molti di questi soggetti svilupperanno il Disturbo post traumatico da stress, con le drammatiche conseguenze che questa patologia porta in termini di incapacità di lavorare, di apprendere dall'esperienza, di instaurare relazioni affettive significative.

Un numero elevato di soggetti svilupperà comportamenti delinquenziali e antisociali, come ormai una vastissima letteratura ha inequivocabilmente dimostrato, altri ancora diverranno portatori di malattie psicosomatiche gravi, a volte anche invalidanti o mortali (per es. disturbi alimentari che sembrano altamente correlati agli abusi sessuali in età precoce). Infine un numero non indifferente di soggetti esposti alla violenza cronica durante l'infanzia (non necessariamente di tipo sessuale) svilupperà da adulto una qualche forma di perversione che in alcuni casi può portare l'individuo a commettere abusi nei confronti dei bambini. Il pedofilo diventa tale perché è stato un bambino non amato, non rispettato, certamente esposto a violenza cronica (sessuale o non sessuale questo ha poca importanza). La violenza genera violenza, affermano alcune importanti psicologi e psichiatri che hanno studiato il fenomeno sia dal punto di vista sociologico e antropologico che da quello clinico. Un bambino che non è stato amato non può saper amare da adulto.







La sindrome post traumatica da stress nell'infanzia



Felicity De Zulueta ha dimostrato che il trauma (quindi anche l'abuso sessuale, l'incesto ed il maltrattamento) rappresenta per la vittima, a maggior ragione se piccola, una grave frustrazione a quel  bisogno di controllo sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale dell'essere umano. L'idea di essere invulnerabili (Non può capitare proprio a me!'), l'idea che il mondo abbia significato (Ha senso') e, per molti, che si valga come persone, che si sia rispettabili, sono i tre presupposti inconsci che utilizziamo per affrontare la vita di tutti i giorni. I sintomi presenti nel  Disturbo post-traumatico da stress (PTSD), possono in gran parte essere collegati al crollo degli assunti di base delle vittime su se stesse e sul proprio mondo.
Il trauma (l'abuso sessuale, l'incesto, il maltrattamento ma anche la violenza psicologica grave)  distrugge nel bambino tre elementi fondamentali della sua evoluzione mentale:- quel senso di invulnerabilità/inviolabilità del Sé che, quando non sconfina in forme derealistiche,  costituisce  un vissuto basilare di fiducia e di sicurezza nel proprio futuro;- la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza e alla propria esistenza;- l'autostima come consapevolezza di un valore costitutivo appartenente al Sé.Il DSM IV, manuale psichiatrico descrittivo delle varie patologie, individua l'abuso sessuale, alla pari dell' essere esposti allo stupro, alla guerra e alle catastrofi naturali, alla base del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), poiché  solitamente viene vissuto come evento che minaccia la vita o l'integrità fisica. Per i bambini gli eventi  traumatici dal punto di vista sessuale includono le esperienze inappropriate dal punto di vista dello sviluppo, anche senza violenza o lesioni reali o minacciate.

Non sempre i minori abusati sviluppano questa sindrome: la possibilità che si instauri il disturbo è legata alla gravità dell'evento, alla capacità di reazione della vittima, all'accoglienza che il  minore riceve dagli adulti che lo circondano. Si instaura il PTSD  (Disturbo post traumatico da stress) quando viene minata la fiducia e la sicurezza nelle relazioni umane, quando prevale  la sensazione di orrore e di essere inerme: la capacità di produrre stress è dovuta  al fatto che l'evento è ideato e attuato volontariamente da una persona. Il bambino o l'adolescente traumatizzati da  abusi o molestie sessuali  o vittime di incesto vivono sia l' intrusione dell'esperienza traumatica nei pensieri, per cui l'evento è continuamente rivissuto, che il bisogno di farla sparire dalla coscienza negandola, cercando di minimizzare, di non pensare.
 I sintomi post traumatici (sintomi del PTSD, Disturbo post-traumatico da stress) derivati dall'abuso sessuale includono:

- il rivivere continuamente l'evento traumatico. La vittima di abuso sessuale, incesto, stupro o molestie sessuali può presentare ricordi ricorrenti ed intrusivi dell'abuso o delle molestie sessuali, sogni sgradevoli o spaventosi ripetitivi durante i quali si ripete l'evento, fare giochi ripetitivi a sfondo erotizzato.  Nel bambino affetto da PTSD (Disturbo post traumatico da stress) vi possono essere sintomi di ansia e disagio psichico forte quando il bambino o l'adolescente è  esposto a eventi che assomigliano o simbolizzano un aspetto dell'avvenimento  traumatico ( anniversari dell'avvenimento, visione di spettacoli , rivedere la casa dove è avvenuto l'abuso sessuale, incontrare l'abusante).


- il tentativo di evitare in modo persistente gli stimoli associati all'abuso.   Il bambino affetto da PTSD (Disturbo post traumatico da stress) si sforza volontariamente di evitare pensieri, sentimenti o conversazioni che riguardano l'abuso sessuale, e così pure persone, situazioni, attività che possono esservi associate. Questo può portare ad amnesie, ad incapacità di ricordare fatti importanti legati a questa esperienza.


- sintomi persistenti di ansia, di aumento dell'eccitazione non presenti prima dell'abuso sessuale.Questi sintomi del PTSD (Disturbo post traumatico da stress) possono portare ad insonnia, difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi. Possono essere presenti nei minori affetti da PTSD (Disturbo post traumatico da stress): ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, irritabilità o scoppi di ira o difficoltà a concentrarsi sui compiti.


- riduzione della reattività verso il mondo esterno:"paralisi psichica" o "anestesia emozionale" che può portare ad una marcata riduzione dell'interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli o della capacità di provare emozioni o interesse o amore nei confronti degli altri. Il soggetto affetto da PTSD (Disturbo post traumatico da stress) può provare incapacità a fare progetti, un senso di diminuizione delle prospettive future (non aspettarsi niente di buono dal futuro, di avere figli, un lavoro, una normale durata di vita.)


Il trauma sopraffà il normale sistema che il soggetto utilizza per fronteggiare gli eventi spiacevoli e per integrarli, attribuendo un significato.


Per capire le reazioni che avvengono a seguito di un trauma è necessario partire dal sintomo dell'aumentata eccitazione, caratteristico del PTSD (Disturbo post traumatico da stress): questa è l'espressione patologica di una risposta fisiologica al pericolo. Infatti ognuno di noi, posto di fronte al pericolo, prova reazioni  fisiologiche naturali di eccitazione, concentrazione e reazioni psichiche quali la paura e la rabbia, che servono ad attivare una risposta adeguata: la resistenza efficace o la fuga. Quando la resistenza e la fuga non sono possibili, si instaura il trauma , che porta ad un sovraccarico di risposta emotiva e ad una disorganizzazione del normale stato di coscienza (PTSD, Disturbo post traumatico da stress). Ogni soggetto reagisce in modi differenti, a seconda della particolarità dell'evento e della sua struttura di personalità, subendo l'attacco all'integrità del proprio Sé e di conseguenza il sentimento di impotenza, di sentirsi inerme, la minaccia di annientamento e di perdita di controllo. Il sistema difensivo, posto nell'impossibilità di funzionare, mette in atto un persistente evitamento, inteso come un continuo sforzo per evitare pensieri o attività associate al trauma, con la conseguenza di incapacità di ricordare, ritiro emotivo, diminuito interesse verso attività, incapacità progettuale, estraneità affettiva.

 




paura di amare, distanza affettiva da tutti, aggressività


Chiunque abbia subito l'incesto o gravi abusi e violenze sessuali, a prescindere dal sesso di appartenenza, incontra enormi difficoltà a creare rapporti interpersonali, e questi ostacoli corrispondono allo stato confusionale prodotto da esperienze traumatiche e precoci di abuso. La profonda ferita prodotta dall'abuso sessuale o dalle situazioni di estremo maltrattamento può produrre nel soggetto una sfiducia di base verso "gli altri". Non è infrequente sentire frasi come: "Odio gli uomini e non mi fido delle donne" pronunciate da ragazze che vivono il mondo come nemico, con diffidenza e sospettosità.  In molte situazioni l'adulto (in particolare un genitore adottivo o affidatario) si sente relegato dietro  un sottile ed invalicabile muro, invisibile ma molto resistente, che impedisce ogni forma di avvicinamento fra se stessi e il minore del quale ci si vuole prendere cura.

Ricordo una  preadolescente vittima di abusi sessuali nell'infanzia che sembrava indifferente a qualsiasi accadimento intorno a lei: in affidamento, poteva essere picchiata dai genitori affidatari, derisa dai compagni, ma anche coccolata ed amata con tenerezza. Nulla sembrava arrivare davvero fino al suo cuore al punto da farla apparire sempre terribilmente distante a chi si occupava di lei. Questi  meccanismi di difesa, messi in atto nella relazione quotidiana con un genitore affidatario o adottivo, un educatore, un terapeuta, possono indurre nell'adulto sentimenti di contro-identificazione.

E' difficile riuscire a reggere il bisogno di questi ragazzi di mantenere le distanze, la loro paura di coinvolgersi in qualunque rapporto interpersonale. Come adulti, come genitori e famiglie affidatarie e adottive, ci si può sentire rifiutati, impotenti, ed agire di conseguenza. Le difese che separano  il minore dal resto del mondo sono, in molte situazioni, tanto forti da non permettere non solo un sano accesso alle relazioni affettive, ma neppure una naturale ed indispensabile curiosità verso la vita. Un atteggiamento di rassegnazione e disinteresse verso la vita, le persone e le cose che lo circondano è una tragica quanto diffusa problematica di molti adolescenti vittime di gravi maltrattamenti. A volte questo ritiro dal mondo si manifesta con un fallimento nella vita lavorativa o scolastica, ma in molti casi esso può spingersi fino al punto di portare l'adolescente ad una totale apatia in cui niente e nessuno riesce a risvegliare un qualche interesse. 

Non è infrequente che il muro di difese che il soggetto erige fra se ed il mondo assuma la forma del comportamento aggressivo, provocatorio, strafottente. Può capitare che un atteggiamento aggressivo, oppositivo, venga scambiato per sicurezza, determinazione. In realtà è molto spesso sintomo di estrema fragilità, di paura. I ragazzi che ostentano questo tipo di atteggiamento sono quelli che hanno bisogno di protezione, aiuto nelle loro decisioni, anche se questo può voler dire scontrarsi duramente.  "Che me ne fotte!", dice spesso Sara quando viene messa di fronte ad una qualche difficoltà. Se Sara "se ne fotte" di tutto non può soffrire e nella sua onnipotenza può illudersi di essere invulnerabile.

Proprio nell'aggressività risiede spesso l'idea di potersi difendere dalle avversità della vita; essere forti, capaci di rapportarsi in modo adeguato agli altri,  significa essere aggressivi per molti bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti e abusi sessuali. Nella loro infanzia hanno imparato che solo chi urla più forte ed impone con la forza e la violenza la propria volontà ha diritto di esistere. L'aggressività può essere anche una forma di reazione all'estrema situazione di impotenza sperimentata nel corso dell'abuso, quando, vittima inerme, si è dovuto subire impassibili l'aggressività altrui. La prima segnalazione su Sara venne fatta dalla scuola quando ancora la bambina frequentava le elementari; aveva rotto la testa di un suo compagno con un mattone e picchiava tutti i bambini che le si avvicinavano. Era affetta da una forma di mutismo elettivo e comunicava solo attraverso atti di violenza. Si scoprì poi che subiva abusi sessuali dal fratello maggiore e gravi maltrattamenti in famiglia


In molti soggetti traumatizzati si può manifestare a volte una vera e propria paura di esistere, come nel caso di Francesca, di cui ho già parlato in precedenza e vittima di abusi sessuali nell'infanzia da parte degli educatori della parrocchia che lei frequentava da ragazzina, che apparentemente è una donna forte, aggressiva, così terribilmente arrabbiata da allontanare da sé tutti coloro che tentano di avvicinarla. Dietro la sua rabbia si nasconde una bambina che ha sempre solo desiderato scomparire; "Quando andavo a scuola strisciavo contro i muri perché speravo sempre di non essere vista dagli altri, avrei voluto essere trasparente perché pensavo che sul mio corpo fossero visibili a tutti le tracce delle azioni vergognose che facevo all'oratorio. Quante volte ho desiderato di non essere nata. Quante volte ho incrociato lo sguardo di un mio compagno ed ho pensato: Lui sa...', e speravo di potermi dissolvere nel nulla come una bolla di sapone".

Anche la rabbia è in un certo senso un modo per scomparire: Francesca non è più vista perché la sua travolgente aggressività sovrasta ogni cosa e rende invisibile la ragazzina fragile che lei è, allontana gli sguardi indiscreti perché nessuno è in grado di reggere   troppo a lungo il contatto con la sua aggressività. Aggredire  è in fondo un modo per restare soli.


L'adolescente di per sé fa sperimentare all'adulto emozioni molto forti e contrastanti fra loro. L'adolescente abusato induce spesso nell'educatore  e nel genitore adottivo o affidatario emozioni ancor più intense. Se in alcuni momenti si può provare nei suoi confronti affetto, compassione, tenerezza, simpatia, in molti altri l'educatore, la famiglia adottiva o affidataria possono sperimentare sentimenti negativi quali fastidio, rabbia,  rifiuto, o anche imbarazzanti quali per esempio eccitazione sessuale.  Se tali emozioni vengono negate perché troppo in contrasto con l'ideale dell'Io dell'educatore, esse possono agire negativamente nella relazione. Se vengono riconosciute e fatte oggetto di pensiero, esse possono fornire informazioni preziose su noi stessi e sul soggetto che le ha evocate ed essere una risorsa sulla quale tentare di costruire un legame più solido con il minore.

Per esempio il padre adottivo che viene sedotto dalla figlia e portato a provare eccitazione sessuale nei suoi confronti si troverà certo in grande difficoltà, ma se saprà reagire evitando sia il passaggio all'atto incestuoso sia la fuga (che si verifica in genere  allontanando la ragazza di casa), potrà essere di grande aiuto alla minore. Potrà aiutarla a riflettere su qualcosa di molto intimo e privato e ad attribuirvi un significato. Forse la sessualità è l'unico modo con il quale la ragazza da bambina ha imparato a chiedere  o ricevere affetto, o forse questo serve per manifestare il proprio disprezzo verso i maschi, o forse ancora è uno strumento  per salvare l'immagine interna del proprio padre abusante (sono stata io a sedurlo e tutti gli uomini  cadono nella mia trappola se provocati, quindi mio padre non ha fatto nulla di particolarmente grave).

Lasciasi amare significa rischiare di essere uccisi per questi bambini. Per i bambini e i ragazzi che sono stati vittime di abusi sessuali, incesto, maltrattamenti, la solitudine e il rifiuto, a volte, possono quindi essere percepiti come meno pericolosi dell'amore. I tentativi del minore di allontanarci da lui possono essere vissuti in modo meno persecutorio e negativo se si riesce a leggerli come un disperato tentativo di sopravvivenza psichica. Cercare doveristicamente di amare un bambino che non si riesce ad  amare è un'operazione destinata a fallire in partenza. Quando ci si trova di fronte a bambini che hanno sofferto molto e a lungo prima di essere adottati o collocati in affido, ci si sente disarmati. Il loro mondo interiore, caratterizzato dalla mancanza di affetti, è difficile da riempire di contenuti costruttivi. Può capitare che i ragazzi in affido e adozione o in comunità  si richiudano in loro stessi opponendo un muro in apparenza invalicabile, o che aggrediscano per paura di dover entrare in relazione troppo intima con i i genitori adottivi o affidatari, e per il timore di rifiutati ancora una volta.

I genitori adottivi e affidatari, così come ovviamente ogni operatore minorile, dovrebbero essere preparati a saper riconoscere ed accettare le loro emozioni, anche negative, verso il nuovo arrivato. Anche questo fa parte dell'accettazione del passato del bambino abusato. Chiunque accolga in casa un nuovo ospite  lo fa con amore ed entusiasmo e si aspetta di essere ricambiato con altrettanto amore ed altrettanto entusiasmo. Ma questi sentimenti non appartengono al minore abusato. Il suo mondo interno è in genere popolato di fantasmi terrificanti, caos, rabbie indicibili, mostri, ricordi terribili e dolorosi.

Tutto questo il  minore porta ai suoi nuovi genitori adottivi o affidatari, al suo terapeuta, agli educatori della sua nuova comunità, tutto questo gli fa vivere e sperimentare standogli vicino, e questo è ciò che spesso ci si trova dentro cercando di amare un adolescente abusato. E' naturale, è prevedibile, fa parte del gioco. Qualche volta qualche operatore particolarmente esperto prepara la famiglia affidataria o adottiva a questo genere di problemi prima dell'inizio dell'affido, ma anche in questo caso il genitore molto spesso non ci crede. Non si dice che con la forza dell'amore si possono superare tutti i problemi? Forse è giusto che sia così perché in caso contrario mancherebbe l'entusiasmo per fare determinate scelte e gli adolescenti vittime di maltrattamento non avrebbero un futuro. Certo, a poco a poco l'amore è contagioso ed a mano a mano che il minore potrà veder diminuire i fantasmi del proprio mondo interno potrà anche riuscire a fidarsi degli altri ed a permettere a se stesso ed agli altri di dare e ricevere amore. Ma ci vuole tempo, molto tempo, ed è indispensabile che durante questo lungo periodo l'adulto non perda mai la speranza. Già l'adolescente sente di essere senza speranze; se questa rassegnazione diventa anche facente parte dell'adulto che a vario titolo si deve occupare di lui  dal  suo futuro sarà cancellato per sempre il sorriso.
Non lasciamosole le vittime con il loro dolore



 
 
Stress, traumi e deprivazioni affettive lasciano il segno. Che cosa succede a cervello, epigenetica, emozioni, pensiero e cosa si può fare
 

articolo di Fabio Sinibaldi e Sara Achilli
 

" Eventi traumatici, ma anche stress prolungati o la deprivazione affettiva lasciano il segno. Non si tratta di un modo di dire, ma di una ben chiara realtà.
 
Di solito ci si riferisce alle “cicatrici” emotive, in grado di cambiare il modo in cui una persona reagisce e si comporta, alterando anche il modo di pensare, di relazionarsi con gli altri e di agire in tutti gli ambiti della vita, non solo quello traumatizzato.
 
Per fare chiarezza abbiamo definito questi cambiamenti modificazioni funzionali perché indicano proprio il modo in cui noi funzioniamo.
 
D’altra parte esistono importanti modificazioni strutturali. Infatti possono modificarsi – e anche significativamente – il numero di connessioni nervose, lo sviluppo di una determinata aree cerebrale, i collegamenti tra diverse strutture del sistema nervoso e i neurotrasmettitori che li fanno comunicare. Le modificazioni possono avvenire anche a livello non direttamente cerebrale, ad esempio con una riduzione del microbiota intestinale, con l’invecchiamento precoce di cellule che possono essere in ogni parte del corpo, modificando la creazione di proteine coinvolte nell’espressione genica del DNA. "....

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