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Area bambini e adolescenti / adozione e affidamento

le adozioni "difficili"

bambolaQuando l'adozione rischia il fallimento



Le difficoltà dei genitori

L'adozione è una importante possibilità per le famiglie che decidono di offrire affetto, protezione e stimoli educativi a bambini e adolescenti che non hanno più i genitori o che provengono da una famiglia in difficoltà, con poche risorse educative e affettive.
I genitori adottivi devono far fronte a difficoltà sconosciute ai genitori naturali: la nuova realtà familiare va presentata e fatta accettare a tutti i parenti, l'identificazione con il figlio è più difficile soprattutto se il bambino adottato non è piccolissimo, il bambino che arriva può essere molto diverso da quello desiderato.

L'adozione di un bambino nato in Italia, apparentemente meno problematica rispetto a quella di un minore straniero, pone difficoltà impreviste e difficilmente gestibili dalla famiglia adottiva dovute ad alcuni fattori: l'età dei minori dichiarati adottabili è sempre più elevata; sempre più spesso si tratta di minori che hanno alle spalle vissuti di privazione delle cure genitoriali da parte della famiglia di origine, trascorsi di abusi sessuali e gravi maltrattamenti, e che non da ultimo, sovente subiscono sulla propria pelle i ritardi nella tempistica dell'intervento dei soggetti istituzionali preposti alla loro tutela.

A volte succede che la famiglia, anche se sul piano razionale è preparata, inconsapevolmente pensi all'adozione come ad un legame di filiazione, non dissimile da quello della nascita biologica, In realtà l'adozione rappresenta, anche nel caso di un bambino piccolissimo, l'inserimento in un tessuto familiare di un individuo con un corredo genetico e comportamentale maturato altrove.La famiglia che accoglie in casa propria un minore straniero incorre in ulteriori difficoltà legate alla differenza di lingua e cultura che divide i genitori dal piccolo accolto in casa, oltre che dal senso di abbandono e di sradicamento che il minore porta con sé all'ingresso nel nostro paese. Il clima, le tradizioni, la cucina, persino gli odori ed i colori della nostra terra sono radicalmente diversi rispetto a quelli della famiglia di origine del minore che arriva in Italia. Si può arrivare a chiedere ad un bambino spaventato, sofferente, abbandonato e molto spesso gravemente traumatizzato di riuscire a fare cose che nessuno adulto saprebbe fare: adattarsi senza problemi ad una vita nuova che il bambino non aveva chiesto né immaginato, ed a genitori nuovi e "strani" che senza dubbio lui non capirà subito e dai quali non verrà capito per molto tempo.



Come ridurre i rischi di fallimento adottivi



Vi sono esperienze di adozione nelle quali prevalgono disagio e sofferenza tanto per i genitori quanto per i figli, che si possono concludere con la restituzione del bambino all'Istituto o il suo passaggio ad altra famiglia. Riflettere sui meccanismi che possono concorrere al fallimento è un compito fondamentale per tutti gli operatori sociali e gli psicologi che si impegnano in questo lavoro, consapevoli che l'adozione è l'unica possibilità per un bambino abbandonato dai genitori biologici di poter crescere all'interno di una famiglia.

I dati sugli inserimenti di minori in famiglie adottive nel nostro Paese testimoniano, più di ogni parola, come si tratti di una soluzione esposta a difficoltà, che in molti casi diventano insormontabili e portano al rientro del minore in Istituto. Attualmente il fenomeno della "restituzione dei minori", come riportato nel convegno organizzato dalla regione Piemonte nel novembre 2006,a seguito di fallimenti adottivi, ha un'incidenza più alta nel caso delle adozioni nazionali (3%) rispetto a quelle internazionali (1,7%) ed è comunque in crescita.
Sempre più necessaria è dunque una preparazione specifica di operatori del settore e genitori adottivi sui temi connessi ai traumi pregressi e ai comportamenti messi in atto dai minori e correlati ai funzionamenti post traumatici, poichè, se viene sottovalutata la complessità dei fattori insiti nell'adozione, sia essa nazionale o internazionale, precedentemente richiamati, se viene meno il sostegno psicologico alla famiglia nell'affrontare tale complessità, più concreto diviene il rischio del fallimento adottivo.

Il successo, o l'insuccesso, del percorso adottivo dipendono essenzialmente da una serie di fattori, relativi sia alle caratteristiche del minore adottato sia alle caratteristiche della famiglia.
Questi aspetti che vengono descritti emergono da numerose ricerche svolte sui fallimenti adottivi che si sono verificati; l'intento non è certo quello di dare un giudizio negativo verso queste coppie, ma quello di aiutarle preventivamente a riconoscere dentro di sé elementi che rischiano di compromettere il percorso adottivo.



Il sostegno psicologico dopo l'adozione

Riguardo all'importanza che la famiglia adottiva sia effettivamente preparata all'accoglienza del minore, occorre sottolineare come nel panorama attuale del nostro paese si assista ad uno "sbilanciamento" nell'offerta degli interventi formativi e specialistici di sostegno alla famiglia sul "pre-adozione", mentre si rischia di lasciare sola la famiglia proprio nel periodo successivo all'inserimento del minore nel nucleo familiare.

La discrepanza tra "pre" e "post" adozione è un dato importante, particolarmente visibile nel caso dell'adozione internazionale: la legge attuale, mentre stabilisce quali debbono essere le tappe fondamentali e ineludibili del percorso pre-adottivo , permette ,nel post- adozione, alla famiglia di scegliere se avvalersi o meno di aiuti e supporti.

Non essendo preceduto da una previsione normativa, il sostegno post adottivo in Italia non è ancora adeguatamente valorizzato come offerta di servizi, così come evidenziato da una ricerca intrapresa nel 2006 dal Segretariato di ChildONEurope che ha coinvolto diversi paesi componenti la Rete europea degli Osservatori Nazionali sull'Infanzia.

Tuttora è più rilevante l'investimento di energie di tutti i soggetti coinvolti nel percorso di adozione internazionale (servizi, enti autorizzati, associazioni) sulla preparazione delle famiglie all'incontro con il bambino, mentre paiono ancora insufficienti gli sforzi dedicati al post-adozione.

Nel caso dell'adozione internazionale, in particolare, è vero che i genitori sono tenuti a presentare all'autorità straniera del paese di origine del figlio puntuali relazioni sull'inserimento del minore nel nuovo nucleo familiare, sulle sue condizioni di crescita e di sviluppo, e per giunta, per taluni paesi, fino al compimento della maggiore età, ma questo impegno, che evidentemente implica contatti periodici e confronto con gli operatori dei servizi e degli Enti autorizzati, spesso viene vissuto come l'ennesimo obbligo burocratico da adempiere o come una ingerenza nella propria vita privata da parte di un'autorità straniera, quando non con il timore di essere oggetto di valutazioni negative sulla propria genitorialità.

Nella fase pre-adottiva, la preparazione  e il supporto alla coppia di genitori su aspetti fondamentali quali il rischio sanitario, la diversità somatica e culturale, l'accoglienza e l'ascolto dei vissuti traumatici del bambino, risente inevitabilmente di una certa "genericità", in quanto mancante, del tutto o in parte, di informazioni sulle caratteristiche del minore. "Chi sarà nostro figlio?", "Sarà maschio o femmina?", "Sarà grande o piccolo?", "Come sta?", "Quale sarà stata la sua storia?", "Come avrà vissuto fino al nostro arrivo?" sono domande legittime di una coppia desiderosa di prepararsi adeguatamente all'evento dell'incontro, ma che non potranno avere risposta per lungo tempo, in alcuni casi fino al momento dell'incontro stesso, e spesso, in loco, riceveranno risposta soltanto parzialmente.

Arriva poi il periodo del post-adozione, quando ai "grandi temi"dell'adozione si sostituiscono le piccole storie, faticosamente narrate e faticosamente accolte, perchè a volte fanno paura e fanno male da raccontare e da sentire, mentre si sta costruendo giorno per giorno una lingua comune per parlarsi. In questa fase, estremamente complessa e difficoltosa, la famiglia adottiva, con dietro le spalle un iter "pre", costellato di colloqui, esperti, confronti con gli operatori e con altre famiglie, rischia di restare sola, inascoltata, proprio quando il supporto psicologico e il sostegno avrebbero una valenza non generica e una diversa efficacia.Urgente è quindi, in un' ottica di prevenzione dei fallimenti adottivi (attualmente in crescita numerica nel nostro paese, lo ricordiamo), intervenire per correggere quella discrepanza tra pre-adozione e post-adozione, con l'offerta di spazi di confronto in gruppo,di ascolto competente, di sostegno psicologico.




 L'adozione di bambini e adolescenti traumatizzati

L' accettazione del bambino e il suo inserimento in famiglia appare difficoltosa quando questo è portatore di patologie o ha un passato di gravi maltrattamenti o deprivazioni affettive. Come è risaputo, dall'assenza o dalla discontinuità di una madre " sufficientemente adeguata" deriva per il neonato l'impossibilità di veder contenute le emozioni e una grave compromissione dell'organizzazione mentale.

Le ricerche scientifiche provano che da esperienze traumatiche croniche nei primi anni di vita del bambino, consegue la sofferenza e la morte di neuroni attinenti alle aree dell'intelligenza, ma anche del sistema parasimpatico, ormonale, immunitario.

La reazione psicobiologica al maltrattamento incide sulla strutturazione del senso di Sé, producendo una percezione interna di svalutazione, di non meritare rispetto e amore, oltre a danneggiare il funzionamento intellettivo ed emozionale, creando le premesse ad uno stato di grande vulnerabilità.  Sovente le famiglie che si propongono di accogliere un minore al loro interno si trovano ad affrontare situazioni particolarmente difficili, dovute alle caratteristiche di personalità e ai comportamenti disturbati e patologici dei ragazzi. I bambini e gli adolescenti che vengono inseriti in famiglia, in molti casi sono soggetti deprivati e sofferenti, che hanno interiorizzato esperienze traumatizzanti di abbandono, maltrattamento e abuso sessuale, all'origine di problemi psichiatrici e/o relazionali che incidono sulle modalità relazionali e comunicative.

Le esperienze di maltrattamento fisico sovente segnano questi bambini non soltanto nel corpo, ma nella mente e in particolare nel modo di vedere se stessi in relazione all'adulto. Il maltrattamento produce una distorsione della relazione che induce, nella percezione che il bambino ha di sè, l'idea di essere difettoso, diverso dagli altri, negativo o cattivo, meritevole di violenze e umiliazioni.

Bambini che sono stati abitualmente picchiati dai genitori naturali o in Istituto possono diventare gravemente provocatori e oppositivi con i genitori adottivi, inducendo in loro sentimenti ostili, quasi a cercare inconsapevolmente la riattivazione delle relazione maltrattante del passato.
In alcuni casi non vi sono esperienze così traumatiche, ma il nucleo familiare di provenienza è stato comunque connotato da forti carenze relazionali che hanno impedito di rispondere adeguatamente ai bisogni del figlio. I minori portatori di tali vissuti possono mostrare chiusura, ostilità e diffidenza verso chi si avvicina loro, a volte anche irritazione per le cure prestate, oppure trasmettere all'adulto una sensazione di labilità, di accettazione acritica di qualsiasi proposta, modalità che condizionano negativamente il piano emotivo e sociale, intaccando la possibilità di stabilire relazioni affettive stabili e positive. La conoscenza delle strumentalizzazioni subite nelle famiglie di origine può aiutare a comprendere la difficoltà che questi minori manifestano di fidarsi appieno del mondo degli adulti.

Per affrontare comportamenti quali quelli appena richiamati, sono necessarie non solo una notevole e consolidata capacità di reggere frustrazioni, rifiuti e atteggiamenti provocatori, molta flessibilità nella gestione dei rapporti, ma anche competenze specifiche sul piano comunicativo e psicologico.

Ai genitori adottivi non compete il diventare i terapeuti dei figli, ma certamente di riuscire a riparare le ferite prodotte dall'abbandono, dalla deprivazione, di saper contenere l'angoscia e la sofferenza, di sostenere la speranza del cambiamento
Dalle ricerche svolte emerge che i genitori che sono stati capaci di adattarsi e di mantenere una certa flessibilità durante gli anni successivi all'inserimento del bambino nel loro nucleo familiare, mostrano livelli di soddisfazione maggiore, giudicano più positivamente la scelta compiuta e riescono a contribuire al benessere del minore. In assenza di queste caratteristiche familiari, peraltro ideali e difficili da trovare in una qualunque famiglia, il rischio di fallimento (con conseguente restituzione e/o maltrattamento del minore inizialmente accolto) è molto elevato.




Adottare dopo la morte di un figlio

Anche in questo caso cerchiamo di mettere a fuoco un elemento che numerose ricerche e studi ipotizzano essere alla base di fallimenti adottivi.

La morte di un figlio produce nei genitori un intenso dolore mentale, che riduce la disponibilità emotiva e affettiva, della creatività e della vitalità ; il lutto deve poter essere elaborato per poter far sì che la persona possa far spazio all'arrivo di un altro figlio. Se il lutto non è stato elaborato e superato, c'è il rischio che il nuovo arrivato debba colmare il vuoto della perdita o anche debba compiere l'impossibile compito di sostituirlo.

Alcune persone ricorrono a meccanismi difensivi per tener lontana la depressione del lutto, quali il negare il dolore o minimizzarlo impegnandosi nell' affrontare una nuova genitorialità attraverso l'adozione.

Bisogna che lo specialista si interroghi su come questo adulto, che innalza massicce difese contro la depressione, possa essere in grado di accogliere e contenere la sofferenza depressiva del figlio adottivo: ricordiamoci che il bambino ha bisogno di un contenitore per lenire la propria sofferenza.A volte in queste situazioni succede che il bambino non avendo la possibilità di riflettere sui propri stati interiori e di poter padroneggiare le emozioni più forti di dolore, quindi di modulare tali emozioni senza esserne sconvolto,strutturi a sua volta difese di scissione e di negazione.




Genitori disabili o affetti da gravi malattie

Molti genitori che si rendono disponibili all'adozione hanno malattie croniche o degenerative ( sclerosi multipla, tumore,malattie cardiache ) o disabilità motorie o sensoriali, che hanno impedito di avere un figlio naturale : alcuni vivono l'adozione come " un diritto ad avere un figlio" che in qualche modo risarcisca il danno della malattia. Sovente tale emozione occupa la mente del genitore a tal punto da impedirgli di immedesimarsi nei vissuti che il figlio, proveniente da esperienze di perdite, lutti, separazioni, o da una Istituzione dove gli stimoli cognitivi e affettivi sono comunque limitati, può inevitabilmente avere nell'incontro con un adulto disabile o con una malattia incurabile. A volte il bambino fantastica di essere un soggetto portatore di malattia e di morte , a volte interiorizza i vissuti depressivi del genitore malato.

In questi casi il bambino rischia di dover ricoprire un ruolo di risarcimento nei confronti dell'adulto malato, di avvertire che i propri bisogni e desideri sono meno importanti di quelli del genitore frustrato e sofferente, o di avere un ruolo "terapeutico" rispetto a tale sofferenza.

Il minore adottato, inevitabilmente proveniente da esperienze di abbandono o di lutto, portatore di ferite affettive, può sentire che non vi è spazio perché queste vengano riparate.

Gravi limiti intaccano la relazione genitore-figlio quando l'adulto, a causa della propria disabilità, non può prendere in braccio il proprio piccolo, con la conseguenza di privarlo della dimensione affettiva corporea, di contatto, che è centrale per il contenimento emotivo. Le difficoltà tendono ad aumentare con l'arrivo dell'adolescenza, quando succede che il figlio non può esprimere la propria contrapposizione e conflittualità nei confronti di un genitore percepito come fragile, limitato e dipendente.
Questi aspetti vanno approfonditi e restituiti alla famiglia, per evitare che intacchino una evoluzione e una identificazione positiva del minore, come nel caso descritto da Jolanda Galli nel volume " i percorsi dell'adozione" .(Armando editore, Roma 2005, pag 80)


Caso: Una coppia giovane chiede la consultazione psicologica per il protrarsi dell'enuresi diurna e notturna del figlio adottivo di 6 anni, adottato all'età di 5 mesi.

All'appuntamento arrivano entrambi i genitori; il marito presenta un grave deficit motorio agli arti inferiori e importanti limitazioni nell'utilizzazione di quelli superiori, arriva in carrozzella spinto dalla moglie. Emerge che a seguito di un incidente durante una gara sportiva, all'età di 19 anni, ebbe una lesione spinale che esitò in paralisi. Sebbene sia una persona socialmente attiva ( svolge una importante carica in una associazione che si occupa di persone disabili) è molto dipendente dalla moglie che lo accudisce, lo lava, lo cambia ( è incontinente), lo veste.
Negli anni, ogni qual volta il figlio veniva spinto a raggiungere diversi gradi di autonomie personali, emergeva la competitività con il padre: " Perché la mamma ti lava e io devo farlo da solo?". Anche se con difficoltà, i genitori sono riusciti a superare queste resistenze del bambino; altrettanto non è avvenuto con l'enuresi e nemmeno con una forma saltuaria di encopresi. Quando viene sollecitato a parlare dell'argomento dice: "Se compri i pannolini per il papà prendili anche per me, lui è grande e se la fa addosso, perché io non posso?"
Emergerà che questo è soltanto uno dei problemi: la madre, che appare al momento della consultazione, fortemente depressa e affaticata, comunica piangendo la sua difficoltà a continuare ad essere gravata di un impegno di entità tale che non le consente di avere tempo ed energia per occuparsi di se stessa. Questa situazione ha creato una tensione molto alta nella famiglia. Verso la fine del primo colloquio di consultazione ella dice piangendo: " Tante volte, quando sono al limite, penso alle parole dello psicologo che ha cercato in tutti i modi di farci desistere dall'adottare. Io ero molto arrabbiata perché pensavo che lui non capisse che noi volevamo essere genitori e quando lo ha scritto al Tribunale, mi sono infuriata con lui. Ora penso che se lo avessi ascoltato non sarei in questa situazione..."
Dato che l'adozione ha come scopo prioritario la possibilità del minore di veder riparate le parti di Sé più fragili e deficitarie, il fallimento di questa esperienza produrrà una ulteriore danno alle risorse interne e alla sua personalità: per questo è necessario che gli operatori socio-psicologici preposti, pur nel rispetto del dolore prodotto dalla disabilità o dalla malattia, pensino agli aspetti di tutela del minore.


Malattie psicosomatiche dei genitori

L'esperienza clinica ci insegna come alcune persone che non conoscono i propri conflitti interni, o non hanno la possibilità di esprimerli, possono somatizzare, quindi lasciare che il dolore fisico si sostituisca al dolore mentale legato alla presa di coscienza di tali aspetti interiori.

Una situazione che si presenta con una certa frequenza è la comparsa di sintomi o di malattie psicosomatiche nei genitori nei momenti cruciali del percorso adottivo, cioè la presentazione della domanda, lo svolgersi dei colloqui volti ad ottenere l'idoneità, il momento dell'abbinamento o dell'arrivo del bambino.
Tali malattie possono limitare la disponibilità emotiva della coppia nei confronti del bambino e condizionare la relazione che si viene a creare.

Nel caso dell'adozione, l'indagine psicologica mostra il legame inconscio tra la malattia e il bisogno dell'adulto di avere quasi una via di uscita da una situazione vista come faticosa o intollerabile; in altre parole il corpo si incarica di esprimere i conflitti derivanti dal divenire genitori. Possono essere conflitti derivanti dalla frustrazione di non aver potuto procreare, dal timore che l'arrivo del bambino diminuisca la possibilità dell'adulto di pensare a se stesso, o da bisogni profondi dell'adulto irrisolti o insoddisfatti.

Questo adulto può promuovere con il figlio adottivo una relazione patologica, ad esempio una inversione di ruolo nelle quali è il bambino che deve fare il grande, il consolatore, il soccorritore, aiutare il genitore.In queste situazioni si tratta di aiutare i genitori a riconoscere tali aspetti e a elaborarli, per evitare che impediscano l'instaurarsi di una relazione affettiva positiva.


Adottare quando si hanno già figli


Adottare quando si hanno già figli non è di per sé un elemento di rischio, ma soltanto d complessità.
E' necessario che lo specialista valuti, insieme ai genitori, se ci sono le risorse atte a fronteggiare questo impegnativo inserimento.

Il rischio di fallimento dell'adozione esiste quando la coppia ha vissuti di onnipotenza, nega la fatica e il disagio, oppure nega i bisogni e le difficoltà dei figli presenti.

Nel percorso di sostegno i genitori devono diventare consapevoli dei problemi che si possono creare sia per i figli biologici che per il nuovo arrivato.

I figli biologici possono in queste situazioni arrivare a sentirsi inadeguati, deludenti per i propri genitori che aspettano con l'adozione l'arrivo di un figlio "speciale e migliore".

Se questi sono adolescenti o prossimi all'adolescenza, possono sentire che i genitori preferiscono occuparsi di un bambino e non delle complesse problematiche legate alla loro adolescenza.Il figlio adottato può vivere un senso di inferiorità o di diversità, sentirsi meno dotato dei fratelli biologici, oppure diverso da loro e meno appartenente al nucleo; l'identità che il bambino struttura resta condizionata da queste emozioni, in misura maggiore o minore a seconda delle sua capacità di reagirvi.




L'esperienza dolorosa della sterilità

Molte coppie approdano all'adozione dopo aver fatto ricorso, a volte per anni, alla procreazione assistita: le donne che si sottopongono a trattamenti medici sovente vivono un senso di invasione doloroso , che può peggiorare in una lacerante frustrazione qualora i tentativi di inseminazione non vadano a buon fine.
Da un punto di vista psicologico,l'impossibilità di procreare può produrre un dolore mentale intenso, così che gli embrioni che non attecchiscono o gli aborti dovuti all'interruzione della gravidanza sono equiparabili a veri e propri lutti. Sappiamo come il lutto generi un dolore che chiede di essere elaborato.
In questi casi, l'esperienza mentale di avere un figlio si dissocia dall'esperienza corporea fallimentare, la sessualità si dissocia dalla procreazione, determinando il più delle volte sentimenti di inadeguatezza, di sofferenza mentale, di lutto.

A volte alcuni genitori abbandonano i tentativi di procreare un figlio biologico e si rivolgono all'adozione, a volte compiono entrambe le strade in contemporanea.

In ogni caso è importante che lo specialista indaghi su questi tentativi, elabori i sentimenti connessi, le aspettative deluse, i pensieri che la coppia ha associato alla propria impossibilità di generare un figlio.
Diversamente può succedere che il lutto e la frustrazione per i tentativi compiuti, non soltanto inducano dinamiche negative all'interno della coppia, ma altresì limitino le possibilità di accoglimento del bimbo adottato, che può rappresentare un "sostituto" del figlio "vero", o a cui può essere affidato inconsciamente il compito di "consolare" i sentimenti dolorosi associati alla sterilità dei genitori.

In altri casi può succedere che i genitori trasferiscano sul bambino, le caratteristiche di Sé ritenute fallimentari, oppure che lo vessino con eccessive aspettative di prestazione o di affermazione dei propri ideali e progetti di vita o che lo vedano come un contenitore delle loro preoccupazioni, proiettando su di lui angosce e frustrazioni.
Per concludere questa tematica, apriamo una riflessione su una situazione piuttosto diffusa: quando l'adozione sblocca psicologicamente la coppia infertile, che, trascorso poco tempo dall'arrivo del minore, si trova ad attendere un figlio biologico. In questi casi può capitare che la madre si trova a dover affrontare contemporaneamente la gravidanza e l'arrivo del figlio adottivo, e a sostenere un lavoro mentale molto impegnativo, che può incidere sulle sue capacità di riconoscere e di accogliere i differenti bisogni di ciascun bambino.Può succedere che lo spazio psichico e affettivo che la mamma e il papà devono creare all'interno della loro mente per farvi entrare il bambino, venga limitato dallo stress della situazione inattesa e dall'impegno che prevede, producendo timori, vissuti di inadeguatezza e di colpa.


Daniela Bruno, psicologa, psicoterapeuta

Silvia Minetti, assistente sociale, antropologa culturale, formatore




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