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Area bambini e adolescenti / sessualita' nei bambini e negli adolescenti

Bambini e sessualità


I  bambini possono avere problemi legati alla sessualità?




Ti fai tante domande e non trovi le risposte ?

E' difficile parlare di sessualità con i figli, qualunque età abbiano. La sessualità spesso ci mette in imbarazzo, non troviamo le parole giuste, a volte avremmo tante cose da dire come genitori ma poi stiamo zitti....

Se un figlio sta diventando grande i genitori spesso si preoccupano ma non sanno come fare ad affrontare con i figli, che magari hanno già rapporti sessuali (o il genitore immagina che li abbiano) la tematica della contraccezione, delle malattie sessualmente trasmissibili.

A volte invece i dubbi sono più angoscianti:

e se mio figlio fosse vittima di abusi ? E se fosse coinvolto in "giri strani" che lo portano su strade pericolose?

Per un genitore è importante potersi confrontare con qualcuno su questi temi, non restare da solo con le proprie preoccupanzioni. A volte lo psicologo può anche essere un valido aiuto per parlare con il bambino o l'adolescente, per affrontare con lui argomenti che in famiglia sono troppo difficili.






Quale è l'età giusta per parlare ad un figlio di sessualità ?

Molti genitori si chiedono quale è l'età giusta per parlare di sesso ai figli, poiché sono preoccupati all'idea che i bambini possano essere turbati dal discorso oche le spiegazioni li possano traumatizzare.

Ciò cui si assiste abitualmente nella pratica dell'educazione alla sessualità è una politica di rinvio costante. Gli adulti attendono che il bambino diventi grande, sperano in un libro che li possa illuminare e che contenga tutte le risposte o delegano il compito ad un esperto, ad una materia o lezione specifica. In contrasto con questo atteggiamento diffuso, c'è la constatazione che non esiste vita senza sessualità:

Reazioni sessuali naturali avvengono quando il neonato viene cambiato sul fasciatolo, durante la pulizia delle parti intime, o quando lo si cosparge di talco o lo si fa giocare titillandolo. Nel maschietto si può osservare l'erezione del pene , nella femmina i più esperti possono notare l'erezione del clitoride e la lubrificazione vaginale.

Le reazioni dei genitori ai riflessi sessuali del bambino nei primi anni di vita fanno parte della sua precoce educazione sessuale: il genitore che reagisce in modo calmo e naturale trasmette al bambino un atteggiamento di accettazione del sesso, mentre quello che si scandalizza e disapprova può condizionare negativamente questa sfera, ad esempio suggerendo l'idea che il sesso è sporco.

Nel primo anno di vita l'atto di toccarsi i genitali, in entrambi i sessi, non ha niente a che fare con l'autoerotismo, ma è una delle tante esperienze positive, di contatto con il proprio corpo, ed è un indicatore di un buon rapporto con la mamma.

Verso i due anni di vita il bambino ha imparato a camminare, sta imparando a parlare e ha raggiunto una consapevolezza del proprio corpo e anche del suo essere maschio o femmina. Tra i due e i tre anni compare la masturbazione vera e propria, cioè la manipolazione ritmica dei genitali; la scoperta e il gioco con i genitali, da attività solitaria, può diventare a questa età più sociale, con il gioco chiamato del dottore. E' un gioco che permette di rassicurarsi circa la propria identità e di conoscenza della genitalità dell'altro sesso. Le esplorazioni sessuali ( reciproco esame dei genitali, toccamenti, carezze, a volte inserimento di oggetti nell'ano o nella vagina) possono essere fatti tra bambini dello stesso sesso o di sesso diverso : anche in questo caso è importante che l'adulto non veda questo gioco normale come qualcosa di perverso o di morboso, utilizzando un proprio codice adulto di interpretare la situazione.

Verso i quattro anni i bambini iniziano a fare le classiche domande come sono nato? come si fanno i bambini?.

Dai quattro ai cinque anni il bambino inizia a formare delle idee personali sul sesso e sui rapporti di coppia anche osservando il comportamento dei genitori.

Le reazioni degli adulti ai giochi genitali dei bambini di questa età possono essere di carattere diverso a seconda del sesso del figlio. Se è una femmina più sovente vi è la riprovazione, mentre i maschi possono ricevere messaggi contradditori: può esservi l'orgoglio e la soddisfazione  buon per lui, inizia presto!, o una tacita approvazione, ma anche dei rimproveri.

Il bambino di sei, sette anni conosce bene le differenze anatomiche tra i due sessi e inizia a mostrare un certo pudore a esporre il proprio corpo, i giochi masturbatori diventano meno espliciti. Questo accade perché il bambino ha appreso dagli adulti a rispettare delle regole sociali, tra le quali il modo segreto di vivere la sessualità.

L'arrivo della pubertà rappresenta un grande cambiamento, poiché il corpo si modifica ; gli ormoni producono importanti cambiamenti: il seno, i peli, la voce, le mestruazioni, le polluzioni I caratteri sessuali secondari arrivano per definire il ruolo che avrai nella relazione con l'altro molto più di tutto il periodo precedente.



Atteggiamenti e dubbi dei genitori verso la sessualità dei bambini.

In contrasto con l' atteggiamento di ignorare la sessualità dell'infanzia, c'è la constatazione che non esiste vita senza sessualità: l'essere umano è sessuato sin dalla sua origine.

Alcune osservazioni tramite ecografia hanno rilevato riflessi di erezione nel feto maschile diversi mesi prima della nascita.

Nei primi mesi, il neonato, non appena riesce a farlo, gioca con i suoi genitali: la presenza di questi giochi denota l'esistenza di un rapporto positivo con la figura materna. L'intensa sensazione data dalla vicinanza con la figura materna e gli stimoli neurologici dati dal contato corporeo, dall'essere tenuto in braccio, coccolato, dai momenti destinati alla cura fisica, all'allattamento, al bagnetto, producono sensazioni di piacere.

Un famoso ricercatore, Spitz, che ha osservato migliaia di bambini nel primo anno di vita, sia in famiglia che negli istituti per bambini abbandonati o orfani, notò che quando il rapporto tra mamma e bambino era buono, cioè la madre provvedeva a dargli cure fisiche adeguate e costanti, improntate ad affetto e tenerezza, lo sviluppo fisico, emotivo e intellettivo era più rapido e anche il gioco genitale più frequente. Invece, come nel caso dei bambini istituzionalizzati, lo sviluppo generale cadeva molto al di sotto della media e mancava completamente il gioco genitale.
Reazioni sessuali naturali avvengono quando il neonato viene cambiato sul fasciatolo, durante la pulizia delle parti intime, o quando lo si cosparge di talco o lo si fa giocare titillandolo. Nel maschietto si può osservare l'erezione del pene , nella femmina i più esperti possono notare l'erezione del clitoride e la lubrificazione vaginale.

Così può succedere che il bambino quando è nudo sul fasciatolo, tocchi i genitali per sperimentare ancora quelle sensazioni piacevoli provate mentre veniva lavato e pulito dal genitore.

Ad alcuni adulti tali reazioni paiono anormali, negative, e intervengono con disapprovazione "via le mani da lì" " non toccare, è sporco!": questi messaggi, se sono reiterati e accompagnati da sentimenti di fastidio o comunque negativi, possono condizionare l'atteggiamento del bambino rispetto alla sessualità. La legittima preoccupazione igienica non deve quindi sfociare in un atteggiamento di colpevolizzazione.

Le reazioni dei genitori ai riflessi sessuali del bambino nei primi anni di vita fanno parte della sua precoce educazione sessuale: il genitore che reagisce in modo calmo e naturale trasmette al bambino un atteggiamento di accettazione del sesso, mentre quello che si scandalizza e disapprova può condizionare negativamente questa sfera, ad esempio suggerendo l'idea che il sesso " è sporco".



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Articolo: L'ascolto della sessualità dei minori   

roccia1di Cristina Roccia

1. La sessualità

Di fronte alla sessualità del bambino e dell'adolescente l'adulto risulta imbarazzato: da un lato non può negare del tutto l'esistenza della realtà sessuale nell'età evolutiva, dall'altro prova disagio ed è tentato di rifiutarla. In conseguenza di tale ambivalenza l'adulto tende a prendere tempo e ad assumere un atteggiamento di rinvio, sia sul piano famigliare che su quello istituzionale. Quando i genitori delle passate generazioni non sapevano cosa rispondere alle domande "difficili" dei figli sulla tematica sessuale ricorrevano senza troppi indugi alla cicogna, al cavolo, o all'affermazione "te lo spiegherò quando sarai grande",che scoraggiava qualsiasi ulteriore domanda. Quando i figli crescevano ed erano ormai sufficientemente grandi da rendere improponibile quest'ultima risposta, c'era sempre la possibilità di ricordare ai ragazzi che la loro non era ancora l'età giusta per "certe cose", e che dal sesso occorreva rimanere lontani fino al giorno del matrimonio. Oggi la situazione a ben vedere è molto cambiata: le risposte sono qualche volta formalmente diverse, ma rimangono per lo più sostanzialmente ambivalenti e tese a differire il problema. D'altra parte è cresciuta la consapevolezza circa gli effetti negativi che questo tipo di educazione (o diseducazione) sessuale provoca nei soggetti in età evolutiva, e molti educatori sentono oggi la necessità di trovare risposte corrette alle domande che i giovani pongono. Rimane comunque ancora diffusa la tendenza dell'adulto a rinviare e a delegare, spesso interamente, all'esterno della famiglia il compito di dare un'educazione sessuale ai figli.

Anche sul piano istituzionale si manifesta questo atteggiamento conflittuale nei confronti della sessualità con il rinvio ormai decennale della legge per introdurre l'educazione sessuale nelle scuole. Le giustificazioni sono varie: "Ci sono problemi più urgenti e gravi da affrontare, non si trova un accordo su chi dovrà insegnare questa nuova materia e poi si deve fare educazione o informazione?".
Nel frattempo la comunità adulta (famiglia, scuola, istituzioni etc.) sembra dimenticarsi che nell'oggi, nel presente, bambini e ragazzi nascono, crescono, vengono educati, entrano in contatto con la propria sessualità. Ci si dimentica troppo spesso che non esiste vita senza sessualità, e che l'essere umano è un essere sessuato fin dal giorno del concepimento (sono stati riscontrati riflessi di erezione persino nel feto diversi mesi prima della nascita)

1. Un esempio di questa "sessualità dimenticata", o "rinviata", mi è stato fornito da un'indagine sulla sessualità infantile che ho svolto in alcune scuole elementari e medie della provincia torinese; in questa indagine ho riscontrato che moltissimi insegnanti (che spesso erano a loro volta anche genitori) affermavano di non aver mai visto alcuna forma di sessualità nei loro allievi. Dopo una prima perplessità iniziale ho capito che quasi tutti gli insegnanti intervistati consideravano "sessuali" solo quegli aspetti della sessualità infantile patologici o comunque problematici, aspetti talmente vistosi da non poter essere sottratti alla vista e all'udito. Il bambino, o la bambina, che si masturba in classe, che esibisce i genitali, che porta a scuola giornali pornografici o preservativi, che dice parole volgari all'insegnante rende evidente la propria sessualità, soprattutto laddove crea dei problemi e turba lo svolgimento delle attività didattiche. Tutti gli altri bambini invece sono considerati asessuati in quanto essi non "obbligano" l'adulto ad entrare in contatto con la sessualità infantile. Ovviamente sul piano razionale gli insegnanti sanno che i bambini hanno una loro sessualità, ma sul piano emotivo la negano affermando di non averla mai vista. Fantasie a contenuto sessuale, masturbazione, curiosità sessuali e giochi di esplorazione corporea fra compagni, ricerca di spiegazioni sulla nascita vengono semplicemente non percepite dagli adulti, non ascoltate, non "pensate", a meno che esse non vengano esibite dal minore in modo apertamente provocatorio. D'altronde se la scuola tende a rinviare il problema alla famiglia, quest'ultima rinvia nei fatti la sessualità dei figli alle istituzioni extrafamiliari. Si verifica un processo di rimozione collettiva che porta l'adulto a non ricordare nulla della propria sessualità infantile (molte persone sono pronte a giurare di non averne mai avuta una), e di conseguenza a negarne la presenza anche nei bambini circostanti2. I bambini dal canto loro si adeguano alle regole sociali e cercano di mostrarsi all'adulto come esseri asessuati, consapevoli di essere maggiormente accettati se si adattano a questo modello.


Ma la sessualità è vita, e non esiste vita senza sessualità. Essa è presente nel bambino non solo nelle sue più palesi manifestazioni problematiche, ma all'interno del normale processo evolutivo; essa condiziona l'insieme delle relazioni che il bambino ha con gli altri e fa parte della sua personalità globale, esattamente come la sessualità dell'adulto non può essere relegata al rapporto sessuale ma si manifesta in diversi aspetti del comportamento umano.


2. La comunicazione in tema di sessualità fra adulti e bambini

Dunque i bambini esprimono la loro vita sessuale complessa attraverso un insieme mutevole di segni. Spesso sia nella famiglia che nella scuola si constata un sistema di comunicazione in cui l'adulto in quanto soggetto "ricevente" riesce a cogliere solo alcuni di questi segni non riuscendo a percepirne altri. Inoltre gli adulti dovrebbero avere la capacità di comprendere, di decodificare i segni attraverso cui il bambino ("emittente") trasmette i propri messaggi inerenti la sessualità. Infatti nella comunicazione fra "emittente" e "ricevente" il messaggio non solo deve arrivare completo al ricevente, ma deve anche essere correttamente decodificato. L'ascolto presuppone non solo una registrazione adeguata dei segnali, ma anche una loro corretta interpretazione. Quest'ultimo compito non è sempre facile perchè molti adulti non conoscono il "codice" della sessualità dei bambini e i diversi "sottocodici" di cui essa si compone. Il codice è l'insieme delle regole convenute, che trasforma un segnale-informazione in messaggio, il codice è un sistema che consente di collegare in modo adeguato i segni ai significati. Com'è noto affinchè la comunicazione avvenga è necessario che emittente e ricevente si riferiscano allo stesso codice. Per esempio se un bambino alza la mano in classe chiedendo di andare in bagno l'insegnante può decodificare il messaggio solo se fra quest'ultimo e l'allievo c'è un codice convenzionale conosciuto da entrambi. Ora, definire un codice comunicativo adeguato in relazione ai bisogni sessuali risulta assai più complesso di quanto non sia definirlo in relazione ai bisogni fisiologici. In questo campo fra l'altro il bambino non conosce i significati dei comportamenti sessuali e guarda all'adulto per conoscerli ed interiorizzarli.

Esistono dunque diversi codici, o meglio "sottocodici" che l'adulto deve imparare ad utilizzare per poter comprendere la sessualità dei minori: il "sottocodice" della vitalità sessuale, della curiosità, del disagio, dell'abuso etc.
Prendo innanzitutto in considerazione i sottocodici che consentono di "ascoltare" e comprendere le manifestazioni positive della sessualità infantile e permettono inoltre all'adulto di trasmettere al bambino un modello di pensiero capace di dare significato adeguato ai fatti sessuali.

Il "sottocodice della vitalità sessuale " consente di interpretare molti gesti ed atteggiamenti del bambino come espressione di uno sviluppo vitale, di salute mentale e fisica, di un suo sano anelito al piacere. Il non utilizzo di questo sottocodice impedisce di registrare dei segnali importanti nel comportamento e nell'atteggiamento dei minori (come ho verificato nella mia inchiesta con gli insegnanti). Il sottocodice della vitalità sessuale presuppone nella vita sessuale un significato sano ed armonico. E' radicato invece un millenario codice della sessualità che attribuisce a quest'ultima un significato di negatività e di sporcizia e che determina la tendenza ad allontanare dalla percezione e dalla mentalizzazione i fatti sessuali che riguardano i propri figli e i propri allievi.
La mancanza di percezione e di ascolto della sessualità dei m minori si estende spesso anche all'adolescenza, quando i genitori che non possiedono il sottocodice della vitalità sessuale arrivano addirittura a convincersi, illusoriamente, che i propri figli non abbiano ancora un'attività sessuale. Si può giungere così alla situazione paradossale, diffusa nelle famiglie italiane, in cui figli adulti, che hanno già un lavoro ed una relazione sentimentale stabile, devono recitare la parte di esseri asessuati finchè vivono sotto il tetto dei genitori. La figlia ventitreenne riceve così dal padre il permesso di trascorrere il fine settimana con il fidanzato "purchè dormano in due camere separate" (senza che poi il genitore abbia gli strumenti o la volontà di controllare che davvero vengano rispettate le proprie prescrizioni). Vi sono coppie che, come afferma il sociologo Garelli3, di fatto convivono (trascorrono cioè la maggior parte del tempo insieme ed hanno regolari rapporti sessuali), pur mantenendo la propria residenza nella casa dei rispettivi genitori dai quali tornano a dormire ogni sera, permettendo così la continuazione della rimozione della loro sessualità nelle rispettive famiglie.

Il mancato utilizzo del "sottocodice della vitalità sessuale" porta a fraintendere i significati inerenti la sessualità infantile (per es. certi gesti e certi giochi, manifestazione di esuberanza sessuale) vissuti dall'adulto come preoccupanti quando invece risultano espressione di vitalità e di salute, oppure viceversa porta ad interpretare come tranquillizzante quell'assoluta mancanza di iniziative sessuali, che a ben vedere dovrebbe essere percepita come sintomo patologico. Va ricordato a quest'ultimo proposito che i bambini deprivati dell'affetto dei genitori nella prima infanzia, come ad esempio quelli allevati lontano dai genitori in situazioni di carenti risposte affettive e relazionali o quelli che hanno un rapporto particolarmente problematico con la figura materna, finiscono per sviluppare con maggior ritardo il gioco con i propri genitali. Totalmente assente è il gioco genitale durante il primo anno di vita nei bambini allevati in orfanotrofio, privati quindi di un contatto fisico con i genitori.


3. I "sottocodici" del disagio e dell'abuso sessuale

Voglio fare un esempio: Marco, 29 anni, si rivolge a me per problemi di forte inibizione nei rapporti sociali. Laureato, il ragazzo è incapace di trovarsi un lavoro perchè non esce mai di casa, ha paura della gente, non riesce a parlare con estranei e non ha nessun amico, ha tendenze alla piromania e sente l'impulso di uccidere quando si trova a disagio con persone estranee. Emerge dai colloqui che il ragazzo si masturba sette/otto volte al giorno dall'età di cinque anni e che tutti gli adulti che gli stavano vicino durante l'infanzia sapevano di questo suo comportamento (genitori e insegnanti ad esempio avevano più volte notato la cosa decidendo però di non intervenire). In un caso come questo l'incapacità dell'educatore di decodificare il messaggio che Marco trasmetteva tramite la propria masturbazione coatta ha impedito agli adulti di entrare in contatto con la sua sofferenza, sofferenza non vista o non capita fino a quando si è manifestata sotto forma di disturbo mentale nell'età adulta. La masturbazione naturalmente non era il vero problema di Marco, ma solo il sintomo di un disagio più profondo e diffuso.

Se è corretto affermare che spesso gli adulti adottano un comportamento troppo repressivo nei confronti della sessualità infantile, è anche vero che non affrontare la problematico sessuale in un bambino o un ragazzo che manifesta comportamenti problematici in campo sessuale, mascherandosi magari dietro il permissivismo o l'emancipazione, può essere semplicemente un altro modo in cui l'adulto esprime il proprio disagio nei confronti della tematica sessuale ("il problema c'è ma non lo voglio vedere, oppure non lo voglio affrontare adesso"). Educare infatti non significa "far finta di non vedere", oppure accettare qualsiasi cosa per paura di essere troppo repressivi, ma interagire con il soggetto che ci sta vicino, saperlo ascoltare, capire e solo successivamente, se necessario, anche punire o redarguire, rispettando però la sua diversità.

Se il sottocodice del disagio è scarsamente utilizzato dagli adulti, quello dell'abuso sessuale è quasi del tutto sconosciuto. E' ancora oggi diffusa la convinzione che gli abusi sessuali ai danni dei bambini, (e qui considero "abuso" ogni forma di atteggiamento o comportamento sessuale adulto che può traumatizzare un minore o turbare gravemente il suo sviluppo psico-sessuale) siano episodi rari, per lo più relegati fra le fasce sociali più disgregate della società o ad atti di violenza compiuti da maniaci o malati mentali. Nonostante numerose ricerche dimostrino orinai il contrario (10) (tali,violenze sono ugualmente diffuse fra le classi sociali medio-alte e gli autori sono nel 90% dei casi persone a cui il minore è affezionato), la rimozione sociale del fenomeno rimane ancora oggi una triste realtà. Le cause di questo rifiuto collettivo di "vedere" e di "ascoltare" i crimini commessi contro l'infanzia, ed in particolare quelli sessuali, sono da far risalire a due fattori fondamentali:

a) tali crimini sono in stridente contrasto con la rappresentazione morale e ideologica che la generazione adulta dà di se stessa; infatti l'etica sociale relativa all'infanzia è tendenzialmente ipocrita: "quando si imbatte nel cucciolo dell'uomo mostra il suo volto, splendente e sicuro. Prendendo atto dell'estremo stato di impotenza e di dipendenza che caratterizza la piccola creatura umana il discorso morale sembra non avere dubbi: amate e proteggete i bambini !" (11);

b) la via che l'adulto dovrebbe percorrere per rendersi conto di quanti delitti vengono commessi quotidianamente contro i bambini è spesso ostruita dalla necessità di tenere rimosse le sofferenze della propria infanzia (12), necessità che produce mancanza di empat con le sofferenze provate dai bambini ed inoltre cecità e sordità nei confronti di esse.

Ma quali sono i segnali dell'abuso sessuale che l'adulto deve imparare a decodificare ? Comportamenti provocatori e seduttivi, esibizionismo, masturbazione coatta, comportamenti violenti in ambito sessuale, calo improvviso del rendimento scolastico, sintomi psicosomatici di vario genere (insonnia, amenorrea etc.), depressione, tentati suicidi, fughe da casa, sono solo alcune delle modalità con cui si esprime il disagio vissuto dai minori vittime di abuso sessuale (13). Affichè gli adulti possano interpretare questi sintomi come comunicazioni relative ad un abuso sessuale occorre innanzitutto che essi permettano a se stessi di "mentalizzare" la possibilità e la frequenza dell'abuso sessuale sui bambini, per poi predisporsi in un atteggiamento di ascolto attento e consapevole.

L'adulto che tenta di ascoltare il minore utilizzando "il sottocodice dell'abuso" si trova però di fronte a numerose difficoltà derivanti dal contatto con emozioni che sembrano travolgere l'ascoltatore: la percezione di una sofferenza a volte molto intensa, il senso di impotenza che si prova di fronte al racconto della vittima, la penosa consapevolezza dell'insufficienza delle risposte sociali e istituzionali in casi di abuso intrafamigliare, la gestione della rabbia nei confronti dell'autore della violenza sessuale che il racconto può suscitare ecc... Fra le tante altre difficoltà che sarebbe possibile elencare vorrei soffermarsi su una di esse che mi pare di particolare importanza.

Mi riferisco alla difficoltà di ascoltare il minore quando quest'ultimo manifesta ambivalenza nei confronti dell'esperienza subita. Accanto alla richiesta di aiuto, alla protesta, alla sofferenza verbalizzate dalla bambina che ha subito un abuso sessuale, sono spesso presenti anche sentimenti di affetto nei confronti dell'autore della violenza (spesso il padre o comunque una persona cara al minore), sensi di colpa per il "ruolo attivo" avuto nel rapporto sessuale con l'adulto ed inoltre la paura di "rovinare" la famiglia o l'autore dell'abuso con la rivelazione dell'incesto. Questa ambivalenza suscita spesso reazioni di rifiuto da parte di coloro che si trovano a dover affrontare casi di abuso sessuale; d'altra parte la vittima, per poter essere accettata e aiutata (14), si trova spesso a dover mostrare all'adulto un'immagine falsa di sè, molto meno coinvolta ed ambivalente rispetto all'autore della violenza di quanto realisticamente non possa essere.

Ho parlato di "ruolo attivo" della vittima. L'affermazione richiede alcune precisazioni: innanzitutto va ribadito con fermezza che qualunque minore vittima di un abuso sessuale è sempre e comunque una "vittima", e mai un partner partecipante come alcuni criminologi invece sostengono (15). "Il confronto fra i maltrattamenti che devono patire i bambini e quelli a cui sono sottoposti gli adulti presenta, afferma Alice Miller (16), oltre agli aspetti del grado di maturazione del Sè, della lealtà e dell'isolamento ancora un altro tratto. Al prigioniero (adulto) sottoposto a maltrattamenti non è consentito, è vero, di opporre resistenza o di ribellarsi alle umiliazioni, ma egli è tuttavia libero di odiare dentro di sè il suo aguzzino. Questa possibilità di vivere i suoi sentimenti, anzi di condividerli con altri prigionieri, gli consente di non dover rinunciare al proprio Sè. E' appunto questa l'opportunità che manca al bambino. Egli non deve odiare suo padre, come ordina il quarto comandamento e come gli fu inculcato sin da quando era piccolo, ma d'altra parte non può neppure odiarlo, se deve temere di perderne l'amore ed infine non lo vuole odiare, perchè lo ama". La piccola vittima di un abuso sessuale non può dunque opporsi al proprio aggressore sia perchè troppo giovane per potersi adeguatamente difendere (a livello fisico ma ancora di più a livello psicologico), sia perchè non in grado di poterlo "odiare" senza rischiare di rimanere completamente sola e abbandonata a se stessa.

E pur vero tuttavia che in molti casi il minore ha svolto anche un "ruolo attivo" nell'esperienza di abuso sessuale, ad esempio non rivelando per una certa fase la violenza sessuale (che in molti casi viene segnalata dopo anni), non rifiutando con fermezza le attenzioni sessuali dell'adulto o traendo piacere dai "vantaggi secondari" dell'abuso sessuale (soprattutto l'affetto che l'autore dell'abuso apparentemente dava alla minore in cambio della sua accondiscendenza, affetto che risulta particolarmente importante in questi bambini che non hanno in genere figure di riferimento adulte soddisfacenti da un punto di vista affettivo e comunicativo). La vittima è perfettamente consapevole, per quanto piccola possa essere, di tale "ruolo attivo", e si sente in genere profondamente in colpa, non comprendendone l'inevitabilità. Francesca ad esempio, 14 anni, è oggetto di atti di libidine da parte del padre dall'età di sei anni. Con il sopraggiungere dell'adolescenza la ragazza non accetta più le avances del padre, e tenta di ribellarsi chiedendo aiuto alla madre, che tuttavia, come avviene quasi sempre in queste situazioni, si dichiara disponibile solo a "controllare" che il marito non violenti la figlia ma non a far cessare la situazione di abuso. Francesca mi dice che non ne può più, che vuole che questa situazione abbia fine, ma nello stesso tempo cerca in tutti i modi di scusare il padre: "Lui è buono, adesso ce l'hanno tutti con lui e non è giusto. Io non voglio che venga punito, che soffra. Vorrei solo che mi trattasse come un padre vero, e non come un'amante". Incontro l'intera famiglia e Francesca ripete questa sua richiesta, persino di fronte al padre che la insulta e le ricorda di come a lei queste attenzioni piacessero e che lei "ci stava". Il padre arriva a paragonare la figlia alla pastiglia per il mal di pancia:

29"Quando ero in tensione andavo dalla bambina a consolarmi. Lei era come una pastiglia per il mal di pancia che allevia il dolore, niente di più". Ciò nonostante Francesca mantiene il suo atteggiamento ambivalente.
Ascoltare il minore (o la minore) vittima di un abuso sessuale senza accettare anche la sua ambivalenza significa trasmettergli la richiesta in base alla quale egli (o ella), per essere accettato dall'adulto e non perdere il nuovo legame affettivo, dovrà recitare "la parte" della vittima totalmente passiva e indifesa. Tutto ciò rafforzerà ulteriormente nel bambino o nella bambina la sua immagine negativa: "Negare questa consapevolezza di un proprio fallimento, presente anche in bambine molto giovani, e imporre quindi al minore i panni decisamente troppo stretti e semplificati della vittima innocente, rischia in primo luogo di impedire l'instaurarsi di un reale rapporto terapeutico (o di aiuto), in quanto offre un'immagine degli eventi e dei sentimenti a essi sottesi in cui non le è possibile riconoscersi fino in fondo" (14).

Nel libro "Il Babbo di Cinzia" un giudice che ha intrapreso un'esperienza di formazione basata sullo psicodramma ha descritto un caso di incesto in cui gli interventi di aiuto messi in atto dal Tribunale per i Minorenni e dai Servizi Sociali sono falliti proprio per questa incapacità degli operatori di tener conto dell'ambivalenza della minore che essi si proponevano di tutelare. Maria infatti ha subito violenza sessuale da parte del padre dall'età di undici anni fino al giorno in cui, adolescente, si rivolge ad un movimento femminista chiedendo di essere allontanata da casa e manifestando il desiderio che il padre venisse punito. Un'altra componente psichica di Maria (la componente che gli operatori non hanno saputo cogliere) è però innamorata del padre. Questa componente psichica rimossa, ma non cancellata, induce Maria a tornare dal padre anche contro le disposizioni del Tribunale. Il giudice si rende conto troppo tardi di questa ambivalenza della ragazza: "Certamente è vero che io tengo molto a Maria (capirò poi che è perchè io non ne avevo colto la complessità e l'ambivalenza), mi illudevo che fosse lei a provare i miei sentimenti, piuttosto che cercare io di capire i suoi, e che non potrei sopportare che lei deluda le aspettative che nutro nei suoi confronti e cerco di fare in modo che questo non accada" (17).
Solo aiutando la ragazza ad esplicitare con chiarezza la propria ambivalenza ed i propri sensi di colpa legati all'esperienza di abuso subita, l'operatore potrà dare la possibilità alla minore di raggiungere un'elaborazione autentica e definitiva di tale esperienza, con il conseguente distacco emotivo dalla situazione di abuso e dall'autore dello stesso. Il giudice ha modo di rendersi conto nella drammatizzazione della vicenda e nella conseguente riflessione di quanto la propria soggettività abbia condizionato la gestione del caso, attraverso la proiezione delle proprie componenti psichiche sulla realtà soggettiva di Maria.

Questo tipo di ascolto potrà essere garantito ai bambini e ai ragazzi solo se verranno fornite agli adulti (educatori, insegnanti, genitori, psicologi, operatori minorili etc.) delle occasioni di confronto e di sensibilizzazione sul tema dell'abuso sessuale, occasioni che li stimolino a riflettere sul problema e ad accettarne l'esistenza anche fra i bambini "vicini" (figli, alunni, minori in carico professionale etc.) e non solo fra i bambini che occupano le prime pagine dei giornali o che abitano nei cosiddetti "quartieri a rischio". Solo con un'efficace campagna di prevenzione e di sensibilizzazione potremo imparare a cogliere i segnali dell'abuso sessuale, ed accorgerci che essi sono molto meno nascosti ed incomprensibili di quanto possano apparire ad un'osservazione superficiale.


4. L'adulto come "emittente" di messaggi sulla sessualità

Gli esempi sopra citati, certamente estremi, ci permettono di generalizzare le considerazioni fino ad ora fatte sull'abuso sessuale e sull'ascolto dell'ambivalenza della vittima a tutto il campo della sessualità infantile e adolescenziale: per permettere ai figli, agli allievi,ai minori in carico di vivere in modo sereno la propria sessualità occorre costruire una relazione adulto/minore in cui il secondo si senta libero di essere veramente se stesso, di fare domande ed esprimere dubbi in campo sessuale; occorre in altri termini dimostrare ai bambini che l'adulto è disponibile a offrire loro un ascolto caratterizzato dall'accettazne incondizionata di ciò che essi vogliono comunicare (ascoltando quindi anche ciò che invece non vorremmo sentir "dire" ai bambini). Solo dopo aver trasmesso al minore questo atteggiamento di accettazione l'adulto potrà intervenire per "educare" alla sessualità, per correggere eventualmente idee o convinzioni errate del minore in campo sessuale, e per aiutare bambini e ragazzi a superare gli inevitabili momenti di smarrimento o di difficoltà. Se l'adulto non riesce ad ascoltare non riuscirà neppure a farsi ascoltare.
Spesso i genitori incominciano a preoccuparsi della sessualità dei propri figli quando questi ultimi entrano nell'adolescenza ed il problema si fa più "urgente". Con sorpresa essi si accorgono che in molti casi i ragazzi respingono il loro aiuto, a volte rifiutando anche il dialogo su tali argomenti che considerano "personali" e come tali non condivisibili con l'adulto. In realtà questo stupore non avrebbe nessuna ragione di esistere se i genitori riuscissero ad essere più consapevoli del tipo di messaggi sulla sessualità che essi hanno trasmesso ai propri figli durante l'infanzia: messaggi spesso caratterizzati da un non ascolto, da rimozione o rinvio del problema, o da non accettazione o rifiuto della sessualità infantile. Queste modalità comunicative possono creare nei figli aspettative negative circa la possibilità di riuscire ad avere un dialogo sereno con i genitori in campo sessuale. Il mancato ascolto e il fraintendimento dei segnali concernenti la sessualità inviati dai bambini e dai ragazzi compromettono quindi qualunque tipo di intervento didattico-educativo in ambito sessuale.

La comunicazione fra adulto e minore ovviamente è bidirezionale: l'adulto infatti non è solo il "ricevente" dei messaggi infantili, ma è contemporaneamente "emittente" di atteggiamenti, programmi, codici che possono essere di accettazione o di rifiuto della sessualità. Spesso gli educatori comunicano ai bambini "informazioni" (in senso lato) relative alla sessualità senza rendersene conto. La comunicazione extra-verbale per esempio (postura del corpo, tono della voce, distanza fra emissario e ricevente, sguardo, tendenza ad avvicinarsi oppure a sfuggire ad un argomento etc.) trasmette una quantità infinita di messaggi. Molte volte fra comunicazione verbale ed extra-verbale si verifica una discrepanza, ad esempio quando l'insegnante afferma che il sesso è un cosa bella e positiva, ma la sua voce trema, è adirata, o il suo sguardo comunica rabbia o preoccupazione. Questo "doppio messaggio" confonde il bambino, che può sentirsi disorientato oppure tende a recepire solo il messaggio extra-verbale di segno negativo (più facilmente comprensibile e di maggiore risonanza emotiva).

Quando si parla di introdurre l'educazione sessuale nella scuola dell'obbligo spesso si pensa a corsi strutturati con "esperti" esterni alla scuola, oppure all'insegnante di scienze che con l'ausilio di strumenti didattici affronta alcune tematiche relative allo sviluppo sessuale e alla procreazione. Ma a ben vedere (soprattutto per i bambini) sono proprio gli accadimenti concernenti la sessualità che si presentano quotidianamente in classe che maggiormente dovrebbero essere utilizzati come spunto per fare "educazione sessuale". Il caso per esempio di un bambino che si masturba durante l'attività scolastica può essere utilizzato come stimolo per una vera e propria lezione di educazione sessuale. Senza colpevolizzare il minore portatore del problema la maestra potrebbe introdurre il tema della masturbazione partendo da un dato di realtà, e cioè dal fatto che tutti i compagni di classe possono essersi accorti di ciò che il loro compagno stava facendo. Permettere ai bambini di parlare dei sentimenti e delle emozioni vissute nei confronti della masturbazione del loro compagno può essere un'occasione, senza dubbio preziosa, per comunicare il messaggio che il sesso non è un tabù, che non va colpevolizzato, trasmettendo in altri termini un messaggio di accettazione che non sempre viene rinviato dall'effettuazione di una lezione teorica sulla sessualità. Ai fini di una corretta educazione sessuale è importante che il bambino percepisca la disponibilità dell'adulto a mantenere una relazione con lui anche quando si parla di sessualità.

Le reazioni dei genitori alla sessualità dei propri bambini trasmettono "codici" e "programmi" che rimarranno impressi nel soggetto che li riceve anche nel corso nella vita adulta e che difficilmente o con fatica potranno essere corretti con nuovi codici o messaggi trasmessi suc- . cessivamente. Franco per esempio, un uomo con un problema di impotenza di origine psicogena, ricorda di essere stato scoperto all'età di cinque anni dal proprio padre mentre faceva dei giochi sessuali con il fratellino. "Se vi toccate ancora il pisellino ve lo faccio tagliare dal dottore", gli disse il padre, che in un'altra occasione aggiunse: "Se continui a toccartelo ti cadrà da solo. lo conoscono un bambino al quale è successo e non gli è mai più cresciuto". Gianna invece che nell'età adulta ha sviluppato un vero e proprio terrore nei confronti della penetrazione, ricorda che all'età di 9 anni aveva sentito la propria madre raccontare alla sorella maggiore, in occasione del menarca di quest'ultima, la propria esperienza sessuale avvenuta la prima notte di nozze. Raccontò di aver avuto un dolore così forte e di aver perso così tanto sangue da dover essere ricoverata in ospedale. Sempre la medesima madre raccomandava alla figlia fin dalla tenera età di non asciugarsi le parti intime con l'asciugamano del papà "perché poteva esserci qualche semino che l'avrebbe fatta rimanere incinta". Messaggi come questi possono contribuire a sviluppare nel soggetto in età evolutiva un'immagine fortemente negativa della sessualità, che diventa un mondo misterioso e terribile, legato a punizioni, sensi di colpa, dolore e sangue.

5. La "dessesualizzazione" dell'infanzia

Il tentativo della comunità adulta di desessualizzare l'infanzia condiziona massicciamente il mondo dei bambini, il loro immaginario, dai fumetti alla letteratura per l'infanzia. A ben vedere i personaggi di Disney sono come dei manichini, senza corpo, e come tali rassicuranti. Prendiamo ad esempio Paperino e Paperina; anche se li si vede nudi non c'è nulla nei loro corpi che faccia riferimento all'appartenenza al sesso maschile o femminile, e questa non può che essere stata una precisa scelta degli ideatori dei personaggi essendo una situazione che non esiste in natura. E che dire del fatto che quando Topolino e Minni nel 1991 si sono finalmente sposati c'è stato un vero e proprio scandalo di cui hanno parlato addirittura i principali quotidiani ? Il matrimonio in sè non è certamente un esempio diseducativo per i bambini, ma riporta inevitabilmente alla sessualità, al rapporto uomo - donna, al dormire sotto lo stesso tetto formando una famiglia. Un uomo e una donna che si sposano non possono più appartenere ad un sesso "neutro". Tutti i personaggi disneyani sono dei singles, ed anche nei casi in cui ci sono dei bambini (Qui, Quo, Qua ad esempio), non esiste una famiglia, una coppia di genitori, ma semplicemente un tutore che si occupa di loro (Zio Paperino). Non è certo un caso che Walt Disney abbia dovuto trovare una stratagemma per arginare lo scandalo creato dal matrimonio di Topolino, affermando nel numero successivo del fumetto che si era trattato solo di un sogno.

I personaggi dei fumetti di Walt Disney si suddividono in maschi e femmine non per l'appartenenza ad un sesso biologico, ma per i ruoli stereotipati che assumono; le femmine passano tutto il giorno a cucinare torte, ad organizzare mostre di beneficenza, a comprare vestiti, a civettare e spettegolare fra loro, i maschi invece vivono avventure affascinanti, eroiche, lavorano, commettono furti o smascherano ladri. Individuare la differenza di genere nel ruolo sociale anziché nel sesso biologico può portare i bambini, soprattutto se piccoli, a rapportarsi agli altri secondo stereotipi portati all'estremo per formarsi un'identità sessuale certa (18). La domanda di un bambino: "Sarò sempre un maschio ?" fu il punto di partenza per la ricercatrice Waxman (1 8) che la portò a comprendere che i bambini della scuola materna in cui lavorava non avendo la possibilità di sapere con chiarezza che la base dei ruoli sessuali irriducibili stava nei loro organi genitali, si basavano sulla conoscenza dei ruoli sessuali derivati, per i quali ad esempio solo le femmine piangono o possono avere la casa delle bambole, mentre solo i maschi possono essere Batman ! Quando la ricercatrice spiegò ai bambini che la loro identità sessuale sarebbe stata sempre la stessa a prescindere dal loro ruolo sessuale i comportamento stereotipati "da maschio" o "da femmina" diminuirono enormemente nella scuola. I personaggi di Watt Disney invece sono maschi e femmine proprio in base ai ruoli sociali; se a Minni si toglie il fiocco in testa ed il vestito diventa Topolino!

L'incoerenza dei modelli educativi improntati alla desessualizzazione dell'infanzia appare ancora più evidente in un'epoca in cui i mass media effettuano un vero e proprio bombardamento di stimoli erotici ai bambini. Come possiamo pensare che in una società come la nostra, dove il sesso è sui cartelloni pubblicitari, sui giornali, in televisione, i minori siano completamente ciechi e sordi agli stimoli che continuamente ricevono dai mass media? Certamente genitori ed insegnanti potranno cercare di proteggere i bambini da messaggi non adatti alla loro età, ma non riusciranno mai ad impedire completamente che i ragazzi entrino in contatto con il mondo degli adulti. E poi, se anche ciò fosse possibile, sarebbe davvero corretto ?Senza riferirci ai films per adulti trasmessi in fasce orarie preserali o alle cassette pornografiche vendute dal giornalaio (che un genitore può forse con un po' di attenzione impedire ai figli di vedere o comprare), ormai anche nelle pubblicità i messaggi espliciti e impliciti sulla sessualità sono all'ordine del giorno. Oltre alle pubblicità di profumi, bagnoschiuma e preservativi che propongono corpi nudi di donne e uomini e riferimenti continui alla sessualità, gli esempi in cui gli stessi bambini sono i protagonisti di spot pubblicitari con riferimento alla sessualità sono numerosissimi. Voglio fare degli esempi: la tematica incestuosa più o meno mascherata presente ad esempio in una pubblicità di Krizia, dove un bambino di colore lancia con rabbia la bottiglietta di profumo perché la donna bianca che lui vorrebbe conquistare e che in quanto a età potrebbe essere sua madre, preferisce invece uscire con un uomo adulto, bello e ricco. Il tema dell'innamoramento è rappresentato con immagini di bambini che si tengono per mano, si abbracciano, si baciano sulla bocca o si scambiano lattine di aranciata con su scritto "ti amo"; il tema della nascita è introdotto dalla domanda che una bambina rivolge alla mamma: "Ma io dove ero prima di nascere ?" o dalla pubblicità della Benetton nella quale un neonato ancora sporco di sangue e con il cordone ombelicale attaccato sovrasta i muri delle nostre case. Numerose sono inoltre le pubblicità che utilizzano doppi sensi e ambiguità sulla sessualità infantile per vendere i propri prodotti. Una famosa marca di biscotti per bambini ad esempio aveva prodotto una pubblicità in cui un bambino ed una bambina di circa otto anni si trovano in camera insieme per studiare. La sorellina dice alla mamma con tono malizioso che è venuta l'amichetta del fratellino per "studiare". La mamma porta i biscotti al figlio e poi, con aria di complicità, strizza l'occhio al figlio come per dire: "Figurati se ci credo che vi chiudete in camera per studiare!". Dopo pochi giorni è stata eliminata dai produttori la strizzatina dell'occhio fatta dalla madre: probabilmente il riferimento alla sessualità era troppo esplicito e la pubblicità rischiava di non piacere alle famiglie italiane. Messaggi tanto contraddittori ( tentativo di desessualizzare l'infanzia da un lato, e iper-stimolazione di messaggi sessuali dall'altro) non possono che confondere i minori che si trovano nella situazione paradossale di dover recitare la parte di esseri umani "neutri" in una società ipersessualizzata.


6. Imparare ad ascoltare la sessualità dei minori

  Naturalmente i genitori, gli insegnanti e gli educatori non trasmettono volontariamente messaggi diseducativi ai figli o agli allievi; spesso essi non fanno altro che riproporre sui ragazzi a loro affidati, il più delle volte inconsciamente, gli stessi modelli educativi e mentali con i quali sono stati a loro volta educati. Ad esempio il genitore che cambia il canale del televisore quando ci sono delle scene a sfondo sessuale esprime, più ancora del desiderio di proteggere il figlio, il proprio disagio nei confronti del sesso, e in questo modo il disagio si trasmette di padre in figlio; quest'ultimo probabilmente sentirà a sua volta imbarazzo a guardare scene di sesso e di affettività in TV in presenza dei genitori e sarà lui stesso a desiderare di cambiare canale. Divenuto adolescente e poi adulto questo soggetto potrà avere magari atteggiamenti comportamentali opposti a quelli appresi dai genitori, ma potrà ritrovare dentro di sè, interiorizzato, il medesimo modello mentale colpevolizzante la sessualità. Senza accorgersene gli schemi psichici ed educativi si trasmettono così di generazionein generazione.

Per evitare che gli educatori trasmettano ai bambini messaggi diseducativi su tematiche sessuali occorre che i primi riescano, almeno in parte, ad elaborare i propri conflitti personali nei confronti del sesso, in modo da rendere espliciti e consapevoli i messaggi che intendono inviare al minore "ricevente". Naturalmente questo non è sempre un compito facile. Tutti infatti prima di essere genitori, insegnanti, operatori minorili sono stati a loro volta bambini, figli, allievi, e di conseguenza hanno ricevuto un certo tipo di modello mentale che condiziona nel presente il loro modo di essere educatori. E importante, come primo e fondamentale punto di partenza per imparare a rapportarsi in modo positivo alla sessualità dei bambini e dei ragazzi, che gli adulti prendano coscienza dell'insieme dei messaggi che tendono a trasmettere ai figli o agli allievi, che riflettano sul proprio comportamento non considerandolo aprioristicamente corretto. Questo significa però mettere in discussione i modelli di riferimento proposti come "indiscutibili" dai propri genitori, percepire la sofferenza che quei modelli educativi hanno potuto provocare nella propria infanzia e nella propria adolescenza (19). Significa dunque imparare ad "ascoltare" in primo luogo se stessi ed in seguito i bambini, prima di proporre interventi educativi.
Nell'ambito dell'educazione sessuale a scuola e in famiglia ciò che si chiede all'educatore è "un sapere", "un saper fare", "un saper essere" (20); l'area del "sapere" è l'area delle diverse conoscenze necessarie per la comprensione di base della sessualità umana, l'ambito del "saper fare" riguarda le abilità che si ritengono utili o necessarie per fare educazione sessuale (capacità di comunicazione affettiva verbale e non verbale, di ricezione e di decodifica dei messaggi concernenti la sessualità, di elaborazione di un metodo di lavoro per parlare di sessualità ai bambini etc.). Infine il "saper essere" è forse la qualità più importante per un educatore; consiste nelle "qualità personali, o attitudini, forse innate ma comunque sempre sviluppabili, quali la tolleranza, la valutazione in termini positivi della sessualità, il rispetto, l'accettazione, la capacità di dare e ricevere fiducia, di mettersi in discussione etc." (20). Naturalmente ciò non significa che solo i genitori (o gli insegnanti) che possiedono tutte queste qualità potranno essere dei buoni educatori, ma semplicemente che chiunque desideri fare educazione sessuale dovrebbe cercare e sviluppare le proprie qualità, tentando di rendere coscienti e quindi di controllare le proprie "contro attitudini" all'educazione sessuale. E piccolo gruppo di discussione per genitori o per insegnanti, centrato sulla relazione educativa, può essere un valido strumento per sviluppare la qualità del "saper essere", per imparare il difficile mestiere di educatore.




NOTE

1)    Masters, Johnson (1987), Il sesso e i rapporti amorosi, Longanesi, Milano
2)    Freud S. (1905), I tre saggi sulla teoria sessuale, Boringhieri, Torino
3)    Garelli F., intervento sulla famiglia al seminario interno del Consultorio Punto Famiglia di Torino, settembre 1992
4)    Spitz R. (1982), Il primo anno di vita del bambino, Giunti Barbera, Firenze
5)    Masson. J. (1984), Assalto alla verità, Mondadori, Milano
6)    Schatzman M. (1973), La famiglia che uccide, Feltrinelli, Milano (pag. 86)
7)    Rifelli G., Ziglio (1991), Per una storia dell'educazione sessuale, La Nuova Italia, Firenze
8)    Rousseau L'Emilio citato in Scherer R. (1974) L'Emilio pervertito, Emme, Milano
9)    Jagstaidt V. (1988), Il bambino e la sessualità, Franco Angeli, Milano
10) Kempe R.S., Kempe C.H. (1980), Le violenze sul bambino, Armando Armando, Roma
I 1) Foti C. (1990), "Etica e infanzia" in Il Bambino incompiuto, n. 3
12)    Miller A. (1 99 ), L'infanzia rimossa, Garzanti,
13)    Goodwing J. (1985), Abuso sessuale sui minori, Centro Scientifico Torinese, Torino
14)    Cirillo, Di Biasio, Malacrea, Vassalli (1990), La vittima come attore in Malacrea, Vassalli (a cura di), Segreti di famiglia
15)    Gulotta G., Vagaggini M. (1981), Dalla parte della vittima, Giuffrè, Varese
16)    Miller A. (1989), La persecuzione del bambino, Boringhieri, Torino
17)    Cividali I. (1992), Il Babbo di Cinzia, Cis, Milano (pag. 1 1 1)
18)    Money J. (1983), Amore e mal d'amore, Feltrinelli, Milano (pag. 197)
19)    Roccia C. (1992), Sessualità: genitori e figli a confronto, in C. Foti (a cura di), Chi educa chi?, Unicopli, Milano
20)    Masellis F. (1991), Ipotesi per interventi di aggiornamento per docenti e genitori in Atti del Convegno "Sessualità e valori della persona", marzo 1991

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